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lunedì 27 aprile 2009

Cosa influisce sulla qualità dell’aria

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Cosa influisce sulla qualità dell’aria?

La città è piacevole e stimolante: chi vive in città, e più ancora in una metropoli, ha un accesso facilitato alla cultura, alla socialità, per non dire dell’immensa libertà che offre l’anonimato, concetto sconosciuto in provincia… Insomma abitare in un ecosistema urbano, come lo chiamano gli scienziati, offre indubbi privilegi. Purtroppo però - e bisogna che ce ne facciamo una ragione - tra questi non c’è la salute. L’aria inquinata, il rumore costante, l’uso dei mezzi pubblici (ricettacoli di microrganismi), il traffico che costringe a uno stress assolutamente ignoto per chi vive in piccole località, ce la mettono tutta per minare il benessere di chi vive in città... specialmente quello delle persone più deboli: anziani, bambini, malati.

Centinaia di studi nell'arco degli ultimi anni hanno valutato gli effetti dell'inquinamento dell'aria sulla salute, in particolare quella dei polmoni e del cuore. E questo è un dato di cui tutti siamo consapevoli. Quello che però non tutti sanno è che ogni aumento di concentrazione degli inquinanti atmosferici urbani, anche minimo, provoca effetti sulla salute della popolazione. In pratica: non c’è soglia di inquinamento al di sotto della quale non si hanno danni.

La maggiore fonte di inquinamento atmosferico nei centri urbani è costituita dal traffico. Il riscaldamento degli edifici e le emissioni degli insediamenti industriali contribuiscono a peggiorare la qualità dell’aria, ma in misura minore. I principali inquinanti atmosferici urbani sono quelli cosiddetti convenzionali (biossido di zolfo, monossido di carbonio, biossido di azoto, polveri sospese e ozono). Oltre a questi, ci sono gli inquinanti cosiddetti non convenzionali (polveri fini, benzene e idrocarburi policiclici aromatici), che solo dal 1994 devono obbligatoriamente essere misurati negli insediamenti urbani con più di 150.000 abitanti.

Considerati nel loro insieme, e riassumendo molto, gli effetti sanitari dell’inquinamento urbano si distinguono in effetti a breve termine (osservabili a pochi giorni di distanza dal picco) ed effetti a lungo termine (registrabili dopo esposizioni di lunga durata a distanza di anni dall’inizio dell’esposizione). Tra i primi ci sono irritazione delle vie respiratorie (con conseguente facilitazione delle allergie e delle infezioni) e insorgenza o aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari preesistenti. Tra quelli a lungo termine ci sono bronchite cronica, tumore del polmone, mortalità.

Chi sono le persone più a rischio?

Oltre agli anziani e alle persone malate sono soprattutto i bambini ad essere più vulnerabili agli effetti tossici degli inquinanti. I piccoli, infatti, sono sfavoriti dalla relazione dose tossica e massa (pesano meno ma sono potenzialmente esposti alle nostre stesse dosi di inquinanti) e poi perché la loro statura li costringe a una maggiore vicinanza al suolo, dove la concentrazione delle sostanze emesse dai tubi di scappamento delle automobili è maggiore e maggiore di conseguenza la quantità di inquinanti inalati. Cominciamo allora ad attuare alcuni accorgimenti, per esempio:

evitare di portare i nostri figli a fare passeggiate nel passeggino o anche a piedi nelle vie centrali delle città, nelle ore di punta;
insegnare ai bambini a respirare il più possibile con il naso perché le narici rappresentano un filtro naturale dell’organismo che trattiene almeno in parte le polveri.
Quali accorgimenti in autobus e metro?

Utilizzare i mezzi pubblici fa bene all’ambiente: se tutti lasciassimo a casa l’automobile il traffico diminuirebbe e l’aria delle nostre città migliorerebbe sensibilmente, insieme allo stato della nostra salute. Tuttavia è vero che i batteri (che attenzione però: sono miliardi e solo 1500 dannosi per l’uomo) si annidano volentieri nei posti pubblici soprattutto affollati, e quindi, ovviamente, anche negli autobus e sulle metropolitane. In particolare sui corrimano e sulle maniglie, impugnate ogni giorno da migliaia di persone di ogni condizione sanitaria e… igienica. Ma più che i microrganismi presenti sulle superfici (che non sono in genere i peggiori) va considerata la carica batterica dell’aria dei mezzi pubblici che, specie d’inverno, con i finestrini chiusi (cioè con zero ricambio d’aria) raggiunge livelli particolarmente alti: molti sono raffreddati, molti starnutiscono immettendo insieme a microgocce di saliva anche i batteri responsabili dei loro malanni, e molti, prima sani, si ammalano. Proteggersi in parte si può, per esempio ricordandosi di lavarsi sempre le mani non appena si rientra in casa.

Traffico e rumore possono farci ammalare di stress?

Il rumore è l’insieme dei suoni indesiderati, perché troppo intensi, fastidiosi o improvvisi. Tipicamente chi vive in città è costretto a sopportare rumori nel corso di tutto l’arco della giornata, in particolare nelle ore di intensa attività sociale e lavorativa. Le sorgenti di inquinamento acustico sono di due tipi:

Puntuali (fabbriche, industrie, cantieri, officine), che impattano in relazione alla distanza dalle aree di emissione (comunque il rispetto dei parametri fissati dai piani regolatori dovrebbe evitarci questa tipologia di esposizione).
Lineari (traffico stradale, ferroviario, aeroportuale). Il rumore prodotto dai treni o da un aereo è molto intenso ma di breve durata, quello dovuto alle automobili è invece continuo, stazionario, poco soggetto a fluttuazioni. E rappresenta la fonte di inquinamento acustico principale delle aree urbane. Le emissioni da traffico sono dovute al motore delle auto, alle caratteristiche della carrozzeria, al rotolamento dei pneumatici sull’asfalto e aumentano con la velocità.
Un'esposizione di almeno 10 anni a livelli di rumore di 80 decibel o più per parecchie ore al giorno può provocare danni all’udito, i cui sintomi sono vertigine e ronzio. Ma lo stress, elevatissimo, che è provocato da inquinamento acustico o anche da ore trascorse seduti intrappolati nel traffico, per cinque giorni a settimana e per anni, è responsabile anche di altre patologie. Lo stress elevato e ripetuto aumenta la pressione, la secrezione endocrina, il ritmo cardiaco, la vasocostrizione. Tutto ciò peggiora preesistenti patologie cardiovascolari favorendo eventi acuti, o anche nel tempo, in presenza di altri fattori di rischio, le favorisce.

Quali sono i livelli accettabili di rumore?

È stato stimato che il 20 per cento della popolazione occidentale (80 milioni di persone in Europa) subisca livelli di inquinamento acustico inaccettabili. Quando il rumore rende difficile la comprensione di suoni (non riusciamo più a sentire la Tv, chi ci parla al telefono o addirittura chi è di fronte a noi) siamo in presenza dell’effetto mascheramento, che si ha intorno a 70 decibel. In linea di principio negli ambienti urbani il rumore non dovrebbe mai superare i 40-45 decibel, sia di notte che di giorno.
Certo per chi vive in città, soprattutto nelle zone centrali, vi sono momenti in cui è ancora poco più di un auspicio che il rumore rimanga al di sotto della soglia di allarme, ma con la buona volontà di ogni singolo cittadino, incoraggiato e assistito dall’impegno delle istituzioni, si può davvero pensare di cambiare le cose... anche per quanto riguarda l'aria che respiriamo, quindi la qualità della nostra vita.


A cura di Tina Simoniello
Giornalista e biologa

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Inquinamento: un’emergenza per la nostra salute

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Inquinamento: un’emergenza per la nostra salute?

L'inquinamento atmosferico è da tempo un'emergenza sanitaria, con costi sociali e sanitari altissimi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono 800.000 le morti causate ogni anno nel mondo dall'inquinamento ed è ormai confermata la diretta relazione tra esposizione ad agenti inquinanti e insorgenza di numerosi stati patologici.
Gli effetti sull'organismo sono di tipo acuto o cronico sia a livello dell'apparato respiratorio che del sistema cardiovascolare. Particolarmente esposti sono i bambini, gli anziani, gli asmatici e, in generale, tutte le persone con malattie polmonari e cardiache preesistenti.

A tal proposito, negli ultimi anni, numerosi studi clinici ed epidemiologici hanno indicato i dannosi effetti dell'inquinamento atmosferico sul sistema cardiovascolare e su quello cerebrovascolare. I principali imputati? Monossido di carbonio, ossidi di azoto, diossido di zolfo, ozono, piombo, ma più di tutti il famigerato particolato fine, comunemente conosciuto con il nome di ”polveri sottili”.
Le polveri sottili sono piccole particelle di materia (denominate tecnicamente PM), solide o liquide, di natura sia organica sia inorganica, presenti in sospensione nell'aria che respiriamo.
La loro pericolosità è inversamente proporzionale alle loro dimensioni: quelle con un diametro maggiore di 30 micron (milionesimi di metro) vengono fermate nella parte alta dell'albero respiratorio e poi espulse con la tosse; quelle con un diametro inferiore a 10 micron (caratterizzate dalla sigla PM10 o PM2,5 se di dimensioni ancora più piccole), invece, riescono a raggiungere i tratti successivi delle vie respiratorie, dai bronchi sino agli alveoli polmonari.

Quali evidenze correlano l'inquinamento ai problemi cardiovascolari?

L'American Heart Association ha diffuso nel 1994 un dettagliato rapporto scientifico sulle correlazioni tra inquinamento atmosferico e malattie cardiovascolari. Nel 2007 i risultati di uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine indicavano come il cuore sia gravemente colpito dall'inquinamento cittadino: infatti i gas di scarico delle automobili ne influenzano l'attività elettrica e ne diminuiscono l'ossigenazione. Un'ulteriore ricerca? "Lo smog favorisce infarti e ictus perché ispessisce il sangue favorendo la formazione di grumi e coaguli nei vasi sanguigni", spiegano sull'Occupational and Environmental Medicine Journal gli studiosi dell'università di Edimburgo.

E in Italia? Nello studio MISA 2, una metanalisi sugli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico per il periodo 1996-2002, un pool di esperti distribuito nelle 15 più grandi città italiane ha stimato il numero di decessi (per tutte le cause naturali, per cause cardiovascolari e respiratorie) e di ricoveri ospedalieri (per cause cerebrovascolari e respiratorie) attribuibili all’inquinamento atmosferico. Si è visto così che nel periodo in oggetto il PM10 è stato causa di circa 900 decessi in più all’anno.
Un’altra ricerca presentata dall’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) nel 2006 ha dimostrato come, nei giorni di traffico intenso, il rischio di un attacco cardiaco aumenti anche fino al 5 per cento mentre si aggravano le condizioni di chi ha subito di recente un infarto: infatti, per ogni aumento, rispetto alla media, di 10 microgrammi per metro cubo di queste polveri (PM10) si ha un aumento del 2 per cento della probabilità di un secondo evento cardiovascolare.

Quali sono i meccanismi alla base del danno?

Le polveri sottili una volta respirate, hanno la capacità di passare direttamente dal naso ai polmoni al sangue, dove vengono assorbite in percentuali comprese tra il 28 per cento e il 50 per cento della parte inalata. Una volta in circolo agiscono alterando le funzioni cellulari e innestando un'infiammazione generalizzata frutto dei radicali liberi generati in grandi quantità.
Le conseguenze di questo processo sull'apparato cardiovascolare sono molteplici: attivazione dei fattori della coagulazione, aumento della viscosità del sangue, squilibrio della funzione vascolare, incremento della vasocostrizione e aumento della formazione di placche aterosclerotiche.
Tutto ciò provoca una maggiore probabilità della formazione di trombi e, quindi, un maggior rischio di episodi ischemici.

In che modo difenderci dagli effetti nocivi?

Alcune accortezze possono essere di aiuto. Ad esempio, limitare l'esposizione ed evitare sforzi fisici in zone trafficate nelle ore di punta o in giorni considerati a “rischio”, preferendo vie secondarie ad arterie a grande scorrimento; utile è anche eseguire il ricambio di aria negli ambienti chiusi nelle prime ore della giornata, quando, di solito, si ha un più basso livello di PM10.
E le mascherine? Da alcuni test comparativi è emerso che solo alcune mascherine usa e getta offrono qualche garanzia di protezione dalle polveri fini. Le più efficaci, e anche le più care, sono quelle che riportano la classe FFP3 e che hanno la garanzia di un ente di certificazione. Le comuni mascherine in tessuto leggero danno solo la falsa sicurezza di proteggersi dalle emissioni inquinanti.

Inoltre è bene sottolineare come in un’atmosfera di generalizzato quanto a volte inerte allarmismo sul tema dell’inquinamento troppo spesso si dimentichi il ruolo attivo che possiamo avere operando corrette scelte individuali.
Per prima cosa, dunque, dovremmo cercare di limitare l’utilizzo dell'automobile. Oltretutto, forse non tutti sanno che la qualità dell'aria nell'abitacolo è quasi sempre peggiore di quella esterna, perché al chiuso gli inquinanti tendono a concentrarsi e a combinarsi con altre sostanze presenti nell'auto (ad esempio quelle rilasciate da sedili, cruscotto, deodoranti per abitacolo e fumo di tabacco).
Ricordiamo, poi, che il riscaldamento domestico è responsabile di circa il 30 per cento delle emissioni di polveri sottili. E quindi imparando a contenere e a ottimizzare i consumi energetici nelle nostre case respireremmo anche aria più pulita.

A cura di Stefania Mengoni
Il Pensiero Scientifico Editore

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Cos’è l’ansia e come si manifesta?

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Cos’è l’ansia e come si manifesta?

La vita di tutti i giorni - lavoro, figli, scuola, organizzazione domestica - mette a dura prova la maggior parte di noi: con tutti gli obblighi a cui dobbiamo far fronte lo stress aumenta, e con lo stress anche il timore di non farcela e - diciamolo - la voglia di fuggire, di non essere qui, ora. In realtà quest’ansia di cui tutti assai volentieri sparliamo è un sentimento naturale, anzi naturalissimo. E di importanza vitale, strettamente legato com’è all’istinto di sopravvivenza e alla storia della nostra specie. Quando avvertiamo una minaccia, oggi come agli albori della nostra storia, il nostro organismo vive una situazione di particolare allerta percependo il pericolo prima ancora che si manifesti concretamente e che sia chiaramente identificato. È questa allerta che fa sì che, oggi come allora, davanti a un pericolo o ci prepariamo a fuggire, oppure a combattere. E proviamo, appunto, ansia. Che di norma dovrebbe essere una condizione di breve durata, utile a superare un momento di difficoltà transitorio: la ripresa del lavoro, una diagnosi ancora dubbia, un grande impegno incombente. Tuttavia, in alcuni casi e per alcune persone, l’ansia può trasformarsi in un disturbo diventando sproporzionata sia nella durata che nell’intensità. E allora si manifesta a tre livelli:
corporeo: aumenta il battito cardiaco e la pressione sale, i muscoli si tendono, si suda freddo e la salivazione diminuisce, la digestione rallenta;
psichico: si ha la sensazione di perdere il controllo, si possono percepire sentimenti di disperazione fino al catastrofismo;
comportamentale: si prova una forte e frequente agitazione con tendenza a rifuggire o ad evitare situazioni ansiogene.
Quando l’ansia da meccanismo di difesa diventa disturbo?

Ricapitolando, l’ansia è un’emozione normale, addirittura naturale, quando è proporzionata alle circostanze e produce una risposta utile. In più per alcuni è un tratto del carattere, un modo di affrontare la vita, uno stile che non genera mai disagio vero e proprio, semmai qualche attacco di gastrite o un paio di notti insonni ogni tanto. È invece un sintomo di disturbo psichico:
se si manifesta senza un motivo apparente, cioè in situazioni innocue;
se si manifesta frequentemente e in modo intenso;
quando dura a lungo e porta alla perdita di controllo;
quando è causa di forte disagio psicologico e compromette la vita quotidiana.
Si calcola che il 10 per cento della popolazione mondiale sia affetto da sindromi ansiose, che quindi rappresentano il disturbo psichico più frequente dopo la depressione, alla quale peraltro sono spesso associate. Negli ultimi 30 anni è stato verificato che un terzo della popolazione mondiale - più le donne che gli uomini - almeno una volta nel corso della vita ha avuto o potrà avere un disturbo d’ansia. Generalmente gli psichiatri suddividono i disturbi d’ansia in diversi tipi; tra questi i più frequenti sono le fobie (4 e 13 per cento di tutti i disturbi d’ansia), l’ansia generalizzata (7 per cento), gli attacchi di panico (5 per cento), il disturbo ossessivo-compulsivo (4 per cento).

Cosa sono le fobie?

È il disturbo d’ansia più comune. Sono paure fuori dall’ordinario, irrazionali quanto intense nei confronti di animali prima di tutto, ma anche di oggetti o situazioni. C’è chi al solo sentir parlare di serpenti, di ragni o addirittura di cani si sente male, chi all’idea di sottoporsi a un prelievo e quindi alla vista del sangue suda freddo, avverte il cuore che accelera, e percepisce tutti i segnali tipici dello stato ansioso. Le fobie possono riguardare anche il rapporto con altre persone: per esempio le situazioni pubbliche, potenzialmente umilianti, che implicano il rischio di un giudizio negativo (fobie sociali). Oppure luoghi in cui per esempio non è possibile ottenere soccorso immediato (agorafobia) in caso di bisogno, perché c’è molta folla o perché si è soli. I fobici tentano di evitare gli oggetti e le situazioni per loro ansiogene ma questo comportamento come in un loop finisce per rafforzare la paura, e se esteso a più situazioni o oggetti
può compromettere la vita di tutti i giorni.

In cosa consiste il disturbo d’ansia generalizzata?

Si tratta di un costante, continuo e intenso senso di preoccupazione nei confronti di qualsiasi evento che provoca una sintomatologia - dicono gli specialisti - per almeno 6 mesi. Chi ne soffre vive in uno stato di tensione continua (anche se è stanco non si siede, per esempio), si preoccupa per gli eventi quotidiani: il lavoro, la situazione economica, la scuola dei figli. È costantemente inquieto, teso, spesso deconcentrato, riposa male. Con il tempo le persone con ansia generalizzata rischiano l’isolamento riducendo al minimo le proprie attività anche professionali. I sintomi tipici di questa patologia sono inquietudine e apprensione, spesso nei confronti del proprio stato di salute, al punto che l’ansioso intraprende o invita un suo congiunto a intraprendere complicati quanto inutili percorsi diagnostici. Possono presentarsi anche: tachicardia, senso di vertigine, dolori muscolari, cefalea ricorrente, deconcentrazione,
aumento dello stato di vigilanza e cattivo riposo.

Cosa sono gli attacchi di panico?

Il panico è un attacco di ansia improvviso e molto intenso, apparentemente immotivato, cioè svincolato da evidenti ragioni immediate. I sintomi sono soprattutto o esclusivamente organici: palpitazioni cardiache, dolore toracico, senso di soffocamento, seguiti dalla paura di perdere il controllo e di morire. Spesso l’attacco di panico viene confuso con una malattia cardiaca dal paziente che lo sperimenta per la prima volta e che per questa ragione in genere chiede di essere ricoverato o di essere visitato da un cardiologo. Chi ha provato un attacco di panico non lo dimentica mai e vive nella continua preoccupazione che possa ripetersi. Quest’ansia anticipatoria aumenta lo stato di tensione psichica favorendo la comparsa di ulteriori attacchi.

Cos’è un’ossessione? E una compulsione?

Le ossessioni sono idee fisse, ricorrenti, prepotenti che ripetutamente emergono nella mente. Le compulsioni sono gesti rituali ripetitivi: verificare decine di volte che il gas sia chiuso, che l’allarme antifurto sia inserito, lavarsi le mani centinaia di volte al giorno, controllare ogni minimo dettaglio sempre, in ogni situazione, sono gesti che chi soffre di disturbi compulsivi non può fare a meno di compiere: per alleviare l’ansia, la preoccupazione, per scacciare il dubbio, ma che di fatto una volta compiuti non danno alcun sollievo. In genere, nel 90 per cento dei casi, le ossessioni e le compulsioni si manifestano contemporaneamente. È importante tenere presente che il disturbo ossessivo-compulsivo non va confuso con l’ordine, o la precisione, o la puntualità o l’amore per il dettaglio. Una compulsione è molto di più di questo, e soprattutto è incontrollabile. Tuttavia questo disturbo potrebbe manifestarsi più spesso nelle persone con queste caratteristiche qualora improvvisamente vengano a trovarsi in condizione di fortissimo stress.

Sindromi ansiose e depressione. Che rapporto c’è?

Spesso l’ansia e la depressione vengono associate, come se un ansioso finisse prima o poi per essere anche depresso, e viceversa. In effetti è vero che secondo diverse ipotesi una situazione di ansia cronica crei variazioni biochimiche intracerebrali che riproducono quelle tipiche della depressione, e che sul piano più strettamente psicologico la difficoltà di lottare per lunghi periodi contro gli effetti dell’ansia possa demoralizzare e di conseguenza favorire uno stato depressivo. In ogni caso, secondo gli psichiatri, le due patologie vanno distinte, perché sebbene rappresentino i due segni più comuni di disagio psicologico hanno caratteristiche e sintomi e ragioni distinte. All’ansia sono associabili diverse piccole malattie organiche, tipicamente a carico del sistema digerente (per esempio la colite o la gastrite) e della pelle
(per esempio orticaria, eczemi e dermati).

Da cosa dipendono le sindromi ansiose?

In alcuni casi da patologie organiche, in altri la tendenza, ma solo la tendenza, si eredita. Ottimo terreno di coltura per i disturbi dell’ansia è una brutta esperienza infantile, così come il mancato apprendimento da bambini della capacità di imporsi, di farsi valere, di dire “No!”. In molti casi a scatenare un disturbo d’ansia è un evento negativo, traumatico, un forte stress psichico protratto nel tempo o anche improvviso. In alcuni casi, l’ansia da tratto di carattere, da momento difficile, potrebbe diventare una malattia se non viene affrontata correttamente e se non si riesce più a gestirla.

Ma dall’ansia si guarisce?

Certamente! Con l’aiuto di molte figure specialistiche: medici, psicoterapeuti, psichiatri. I farmaci ansiolitici sono spesso utilizzati all’inizio di un cammino terapeutico, per tamponare temporaneamente la situazione. Dopo alcune settimane infatti la loro somministrazione dovrebbe essere progressivamente ridotta: all’uso di psicofarmaci è associata infatti assuefazione nel 5 per cento dei casi. Sempre più spesso si ricorre all’associazione di farmaci e psicoterapia: i primi come intervento immediato,
 la seconda come cambiamento prolungato nel tempo.


A cura di Tina Simoniello
Giornalista

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Rallentare per vivere meglio?

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È in corso a Londra il Festival della Lentezza per abbandonare i ritmi frenetici e riscoprire i benefici effetti della "Slow Life" sul corpo e sulla mente.

I ritmi frenetici nemici del nostro benessere?

Essere in grado di ottemperare ai nostri doveri quotidiani “velocemente” sembra oggi divenuto essenziale. Ci alziamo e ci vestiamo di fretta. La caffeina che ci sveglia al mattino è uno dei simboli dei nostri tempi: cerchiamo sempre più esperienze adrenaliniche, per sentirci vivi e attivi. Dai drink energetici consumati in discoteca per poi scatenarsi e perdere il controllo, ai film horror sempre più angoscianti e terrificanti che danno la sensazione di “avere i nervi a fior di pelle”.

Ma negli ultimi anni, a partire dall’ideologia dello “Slow Food” , si è sviluppata una corrente di pensiero che promuove e incoraggia uno stile di vita diverso da quello adrenalinico, automatico, frettoloso cui siamo ormai tutti assuefatti e che ha un prezzo alto da pagare per il nostro organismo: ipertensione, ansia, rabbia cronica, agitazione e poi abuso di alcol e stimolanti e, infine, sonniferi per riuscire a dormire.
Uno stile di vita alternativo in cui si possa vivere le proprie giornate con relativa calma e serenità. Una vita che sia pacata progettualità nel caos e nella confusione che ci circondano.

Ma come trovare una nicchia di pace e calma?

Il consiglio è quello di chiedersi, per ogni attività che svolgiamo, se sia proprio così indispensabile. O se magari quel tempo possa essere dedicato ad altro, ossia a noi stessi. Stare soli con se stessi, immersi nei propri pensieri, magari anche focalizzandosi sui problemi e cercando di risolverli. Fare attività fisica all’aperto, in mezzo al verde; o praticare una delle numerosissime discipline orientali, come lo yoga, per il benessere del corpo e della mente. E quando ritorniamo alla realtà puntare all’essenziale, eliminare tutto il superfluo. E andare con una comoda seconda marcia, non in quinta!

La forza è nella calma?

Siamo costantemente bombardati da stimoli eccitanti e spesso nocivi e consumiamo tutto in fretta. Dai libri, sempre più facili da leggere e meno articolati: chi mai si porterebbe Dostoevskij in metro? Ai film, sempre più incalzanti e sconvolgenti: film come quelli di Hitchcock che tenevano desta l’attenzione dando il giusto brivido oggi li guardiamo per puro piacere intellettuale, un po’ come andare al museo. Anche l’arte, in tutti i suoi campi, sta diventando sempre più ad effetto. Deve scioccare sempre di più.

Cercare di agire con maggiore calma non significa necessariamente annoiarsi. Abbiamo la sensazione di fare meno e magari ci sentiamo in colpa se rallentiamo il passo? Non è così. Vivere momento per momento la giornata, invece di scivolare su ogni attività pensando già alla successiva, ci permetterebbe, al contrario, di assaporare maggiormente la vita apprezzandone i particolari. La nostra felicità, infatti, non può dipendere da quanto ci abboffiamo di attività, svaghi, lavori o vacanze lampo.

Educati a "correre"?

Il ritmo accelerato che ci imponiamo fa parte anche dell’educazione che abbiamo avuto da bambini: spesso i genitori non sopportano di vedere il proprio figlio che ozia. Ma è un peccato, perché è proprio dalla noia che si sviluppa la capacità di fantasticare, di immaginare. Al bambino viene imposta l’attività continua e, nell’ozio, si preferisce la tv, che però è nemica del pensiero.

Nell’adulto l’attività continua e accelerata serve anche a dimenticare se stessi e i propri problemi: questa strategia di vita, tuttavia, spesso non funziona e porta a problematiche psicologiche più complesse. Gli studi psicoanalitici dell’ultimo decennio indicano infatti che è più sana una persona che riesce a stare calma e relativamente serena in completa solitudine rispetto a chi è sempre sulla cresta dell’onda e in prima fila in ogni situazione sociale, ma perché da solo sta male.

Come sconfiggere il nervosismo contemporaneo?

Larry Dossey, medico americano, ha parlato di “instabilità del tempo”, invitando a considerare il tempo non come qualcosa che sfugge e che non basta mai, bensì come un “elemento” in cui siamo immersi e da usare con saggezza e moderazione.
Il tempo, infatti, non dovrebbe essere visto come un nemico da sconfiggere, dividendosi affannosamente tra studio, lavoro, famiglia, vita sociale e vacanze, ma come compagno di viaggio benevolo e copioso se sappiamo gestirlo con calma.
Alla ricerca di tempi e ritmi più naturali, senza che il futuro da cui ci sentiamo trainati diventi un tiranno. Forse iniziando a non sperperare energie in nome di un ideale di “perfetta efficienza” potremo riuscire a sconfiggere quel “nervosismo moderno” di cui parlava Freud più di un secolo fa.

A cura di Riccardo Serafini
Psicologo clinico e Formatore

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sabato 11 aprile 2009

MEDICINA DEMOCRATICA

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Salve Newsletter del sito "Medicina Democratica"(http://www. medicinademocratica.org).
Questa lettera recensisce gli articoli e le brevi pubblicati a partire dal 6 aprile 2009.

FIRMA E FAI FIRMARE PER DONARE IL 5 PER MILLE A MEDICINA DEMOCRATICA- ONLUS PER DEVOLVERE IL VOSTRO 5 PER MILLE A FAVORE DI MEDICINA DEMOCRATICA - ONLUS E’ SUFFICIENTE FIRMARE NEL RIQUADRO "SOSTEGNO DEL VOLONTARIATO E DELLE ALTRE ORGANIZZAZIONI NON LUCRATIVE DI UTILITA’ SOCIALE, DELLE ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE E DELLE ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI RICONOSCIUTE CHE OPERANO NEI SETTORI DI CUI ALL’ARTICOLO 10, C.1, LETT. A), DEL D.LGS. N. 460 DEL 1997",INSERENDO IL CODICE FISCALE 97349700159. RICORDIAMO CHE E’ POSSIBILE INDICARE UN SOLO SOGGETTO A CUI DEVOLVERE IL PROPRIO 5 PER MILLE.

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mercoledì 8 aprile 2009

PENTOLE E PADELLE

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PENTOLE E PADELLE
Cosa distingue una padella da un tegame? Quand'è meglio usare una casseruola e quando è preferibile orientarsi su una pentola? E cosa conviene scegliere fra utensili in acciaio, rame, ghisa, alluminio?
Pentole, padelle e affini sono i simboli per eccellenza della cucina e dell'arte culinaria, ma non è sempre semplice districarsi fra materiali, forme, modi d'uso e di corretta conservazione. Dunque è bene iniziare facendo un po' di chiarezza sui nomi.

Tegame
Di forma rotonda, poco profondo e con uno o due manici. Indicato per la cottura di sughi, condimenti, carne e verdure.
Padella
Tonda e dai bordi bassi, con un lungo manico. Ideale per saltare e friggere.
Casseruola
Simile al tegame ma più profonda e con un unico manico lungo. Si usa per arrosti, carne e verdure.
Pentola
Di forma cilindrica, di capienza e diametro variabile, viene utilizzata per bollire, per paste, minestre e zuppe.
Teglia
Utensile da forno di forma generalmente rettangolare.


Utensili speciali

Non proprio di uso comune, ma irrinunciabili per gli appassionati:

Pentola per brodo con colapasta interno
Ideale per cotture prolungate, rallenta l'evaporazione dei liquidi.
Pentola a pressione
Il vapore, spinto dentro il cibo, riduce il tempo di cottura e il consumo di gas.
Bagnomaria
I modelli universali possono essere adattati a qualsiasi pentola e casseruola.
Wok
Direttamente dall'Oriente, di forma conica, ideale per cucinare con poco olio.
Padella per crepe e crespelle
Ha superficie liscia e bordi bassi per voltare l'alimento facilmente.
Padella ovale
Per friggere più pesci insieme.
Padella per caldarroste
Perfetta per arrostire le castagne su gas o sulla brace.

I materiali

Acciaio inossidabile
Tra i lati positivi, senz'altro la facilità di pulizia, il costo basso rispetto ad altri materiali e la lunga durata. Però è un cattivo conduttore, per questo motivo le pentole realizzate in questo materiale necessitano di fondi di varia altezza, con più strati di lamine di metalli o leghe, come il rame e l'alluminio. Va lavato subito dopo la cottura di cibi salati; se resta macchiato da calcare o sale può essere pulito semplicemente con un po' di bicarbonato e tornerà splendente. Può essere lavato in lavastoviglie senza problemi.
Rame
Il metallo più amato dai professionisti della cucina, perché è un ottimo conduttore, permette cotture veloci e sfrutta appieno il calore dei fornelli. È particolarmente adatto per la preparazione di cibi al salto e di salse. Tra gli inconvenienti, il costo, in genere molto elevato, e il fatto che tende a produrre una sostanza chiamata verderame, nociva per la salute. Per questo motivo oggi le pentole in rame sono realizzate unendo uno strato interno di acciaio. Poiché il rame si macchia facilmente, è utile ogni tanto strofinare lo strato esterno con limone nel quale è stato inserito sale, o con aceto e sale grosso, o con un impasto di aceto e farina gialla. È meglio non lavarlo in lavastoviglie.
Alluminio anodizzato
Ottimo conduttore, leggero e pratico, è perfetto per friggere e rosolare, brasare e saltare. Purtroppo l'alluminio reagisce con alcuni alimenti acidi (ad esempio vino, pomodoro, succo di limone), per questo motivo è stato creato l'alluminio anodizzato, che comunque annerisce alcuni ingredienti delicati. Per questo motivo, spesso pentole e padelle vengono realizzate con uno strato interno di acciaio. È preferibile non lavarlo in lavastoviglie. Per lucidare l'alluminio si può riempire una pentola d'acqua, versare il succo di alcuni limoni, portare a ebollizione e aspettare finché il metallo non torna splendente.
Titanio
È un metallo estremamente leggero, duro, resistente, antiaderente, non viene danneggiato da utensili di altro metallo ed è perfetto per la cucina priva di grassi. Però è molto costoso e non può essere usato su piastre elettriche. Va lavato con acqua tiepida saponata stando attenti a non graffiare con spugne abrasive.
Materiali antiaderenti
Vengono utilizzati per rivestire la parte interna di utensili realizzati in leghe di metallo e smaltati. Questi materiali, come teflon o silicone, garantiscono che il cibo non si attacchi alla padella o alla pentola durante la cottura. Se di bassa qualità, hanno un rivestimento troppo sottile che tende a staccarsi e può essere nocivo: è fondamentale usare sempre palette e cucchiai in legno che non graffiano il rivestimento. È preferibile non lavare in lavastoviglie.
Vetro temperato e porcellana
Gli utensili prodotti con tali materiali sono generalmente costosissimi ma ottimi per la cottura in forno e nel microonde, mentre non possono essere utilizzati per friggere e rosolare perché non permettono una buona conduzione del calore. Non reagiscono chimicamente con nessun ingrediente.
Ghisa
Materiale perfetto sia per la cottura alla piastra, sia per zuppe e stufati perché accumulando calore permette cotture lunghe a fuoco basso. Attualmente molti utensili in ghisa sono messi in commercio rivestiti con materiale anti-aderente, quindi più comodo da pulire. La pulizia è proprio il lato debole delle pentole in ghisa: è necessario aspettare che si raffreddi, prima di lavarla, perché si rischia la rottura. Le pentole in ghisa che non hanno il rivestimento protettivo contro la corrosione, vanno periodicamente scaldate e strofinate con olio.
Coccio in terracotta
Materiale fragile e da usare con frangifiamma, per evitare che si rompa per l'eccessivo calore durante la cottura, è comunque ottimo per cuocere, perché trattiene i sapori e li arricchisce.
Cosa non deve mancare mai in cucina

È inutile comprare intere batterie di pentole e padelle di ogni forma e dimensione, che presumibilmente non verranno mai utilizzate. Però, ci sono degli utensili assolutamente indispensabili in ogni cucina. Orientativamente è bene non farsi mai mancare:

Due casseruole (una piccola e una media) con relativi coperchi
Due pentole (una media e una grande) con coperchi
Una pentola a pressione
Due padelle di diversa grandezza
Una bistecchiera in ghisa

Per il forno:

Una pirofila rettangolare in porcellana
Una tortiera e una tortiera a bordo basso per crostate
Teglie rettangolari basse
Una griglia
Consigli per gli acquisti... e non solo
Quando si comprano pentole e padelle è necessario fare attenzione ad alcuni particolari.

I fondi delle pentole devono sempre essere ben bilanciati per aderire al piano di cottura
Mai comprare materiale deformato
I manici devono essere sempre ben fissati all'utensile
I coperchi e le pentole devono essere delle stesse dimensioni (solitamente standard)
I manici in plastica o legno evitano il problema del surriscaldamento, ma non possono essere usati in forno
I manici in legno non possono essere lavati in lavastoviglie
Le case produttrici accompagnano sempre ai loro prodotti le istruzioni per uso e pulizia: è sempre bene consultarle.
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CLASSIFICAZIONE DEGLI OLI D'OLIVA

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CLASSIFICAZIONE DEGLI OLI D'OLIVA
I sistemi di raccolta delle olive incidono profondamente sulla qualità dell'olio che ne deriva. Nella maggior parte dei casi, specie con alberi di grandi dimensioni (la media è di 5 metri ma possono arrivare anche a 12!), le olive, man mano che maturano, cadono in terra e vengono poi raccolte per essere macinate. In oliveti situati in zone difficilmente accessibili con le scale per via di una forte pendenza o in quelli delle zone di Brindisi, Lecce o nella Piana di Gioia Tauro dove le piante possono raggiungere dimensioni elevate, si adotta il sistema di stendere delle reti attorno al ceppo. Quest’ultimo sistema, tuttavia, tranne rari casi non consente di ottenere olio extravergine di oliva a causa dell’eccessivo grado di maturazione delle olive, effetto del tempo che intercorre tra la posa della rete e la raccolta delle stesse.
Il livello di freschezza e di integrità delle olive è quindi diversificato in base ai giorni che possono passare tra la caduta delle prime e quella delle ultime, per cui ne deriverà un olio più "acido".
Nelle zone di produzione di oli a bassissima gradazione di acidità (i più pregiati), la raccolta viene fatta a mano, direttamente dalla pianta (brucatura) ma eseguita esclusivamente in alcune realtà produttive familiari e in oliveti di modeste dimensioni (fino a 50 piante).
La maggior parte delle olive, quindi, viene oggi raccolta meccanicamente, con notevoli ripercussioni positive sia dal punto di vista economico che da un punto di vista qualitativo. La pratica meccanica, infatti, richiede meno tempo delle pratiche manuali tradizionali e consente quindi di programmare la raccolta quando le olive sono nel giusto grado di maturazione ovvero all’invaiatura (quando l’oliva è metà verde e metà nera). Inoltre con i moderni sistemi di raccolta meccanica non si deve più attendere che le olive cadano né tantomeno che vengano raccolte da terra, pregiudicando la qualità dell’olio.
Le olive portate successivamente al frantoio devono essere molite nel più breve tempo possibile perché non ne vengano alterate le qualità organolettiche. Una volta macinate, le olive lasciano la "sansa", che costituisce il 40% del peso originario e che nel passato veniva usata per il riscaldamento (contiene infatti residui polposi e frammenti di noccioli, ottimi combustibili ); ora invece, con l'aiuto di solventi chimici, da questi resti viene estratto "l'olio di sansa", la qualità più bassa. Fino a pochi decenni fa, quest'olio era destinato quasi esclusivamente alla produzione di sapone e candele, ma da quando l'industria saponiera si è trasformata in industria chimica ed utilizza sostanze sintetiche, anche questo residuo della lavorazione delle olive viene sfruttato per produrre olio che, opportunamente trattato e mescolato con oli vergini, è reso commestibile.

L’Acidità come indicatore di qualità
L’acidità è un parametro che indica la percentuale di acido oleico in un olio ed è il principale indicatore della qualità. Più alto è il suo valore, più scadente è la qualità del prodotto. L'acidità è conseguenza diretta del rilascio degli acidi grassi dovuto al fenomeno dell’idrolisi dei gliceridi, ed è un parametro qualitativo definibile solo mediante analisi di laboratorio. È il parametro che consente di valutare le eventuali alterazioni che le olive e l’olio da esse ricavato subiscono durante la raccolta, il trasporto e il processo di trasformazione. Inoltre, la sua valutazione permette la classificazione merceologica degli oli.
La determinazione dell’acidità si effettua in laboratorio ed è un’analisi semplice che, ormai, quasi tutti i frantoi possono eseguire in autonomia. Per la definizione puntuale del concetto di acidità libera è importante evidenziare che gli oli extravergine d’oliva sono costituiti dal 98–99% di trigliceridi cioè esteri formati da glicerina e acidi grassi. Una parte di questi ultimi, tuttavia, rimane allo stato libero non combinandosi con la glicerina determinando, appunto, l'acidità del prodotto.
Tali acidi grassi liberi nell’olio possono aumentare se agisce un enzima specifico chiamato lipasi che si trova nel frutto e il processo può attivarsi soprattutto se la drupa ha subito lesioni cellulari (attacco di insetti, lesioni durante la raccolta e il trasporto, cattive condizioni agroambientali). L'attività enzimatica della lipasi è inoltre favorita da temperature piuttosto alte, comprese tra i 30°C ed i 40°C.
Pertanto, si può concludere che, il grado di acidità di un olio è fortemente condizionato dallo stato sanitario delle olive, dalla tecnologia di raccolta, dal tempo di stoccaggio, dalla tecnologia di trasformazione adottata (ad es. elevate temperature di gramolazione) e dalla cura riposta dagli operatori nel trattamento e nello stoccaggio del prodotto.
È classificabile come Olio Extravergine d’oliva un olio con contenuto di acidità libera inferiore a 0,8 gr/litro.

Numero dei perossidi
È un indice di ossidazione primaria dell’olio e si misura attraverso la determinazione quantitativa degli idroperossidi. Questi derivano dalla formazione degli acidi grassi per azione di un enzima presente nelle olive, la lipossigenasi, o per effetto delle azioni radicaliche che sono favorite dall’ossigeno sciolto nell’olio.
Questa determinazione è eseguita in laboratorio, anche se ultimamente sono stati realizzati alcuni strumenti di analisi a basso costo e di facile utilizzo, che consentono di effettuare la misurazione di questo parametro, secondo facili modalità. Lo stato di ossidazione primario di un olio dipende sia dalle attività enzimatiche delle lipossigenasi, che agiscono se i frutti subiscono lesioni cellulari della polpa della drupa, sia dal contatto dell’olio con l’ossigeno dell’aria il quale favorisce, appunto, l'ossidazione degli acidi grassi e la formazione di perossidi. In entrambi casi è necessario ridurre il contatto dell'olio con l’aria.
La cura nella raccolta delle drupe, la scelta di frutti sani, di metodi e tempi giusti di raccolta, e l'attenzione nello stoccaggio e nella conservazione del prodotto, favoriscono l'ottenimento di un olio con valori contenuti di questo parametro.
Normalmente l’olio appena prodotto presenta un valore dei perossidi oscillante da 2 a 5 meq/kg; questi valori tendono ad aumentare durante la conservazione e, se l’olio è conservato in assenza di aria, una volta utilizzato tutto l’ossigeno presente al suo interno raggiunge i 20 meq/kg.
Questi valori ci danno in definitiva la stima della genuinità di un olio. Mediamente questi valori si raggiungono a distanza di 15-20 mesi dalla produzione; il tempo di conservazione di un olio, protetto dall’azione di aria e luce, non può, quindi, superare questo arco di tempo.

Assorbimenti spettrofotometrici nell'ultravioletto
Per valutare gli assorbimenti spettrofotometrici dell'olio extravergine di oliva, si utilizza un particolare strumento, cioè lo spettrofotometro. Questa tipologia di analisi viene eseguita in laboratorio. I risultati dipendono dalla capacità di assorbimento dell’olio che, a sua volta, dipende sia dal grado di ossidazione sia da eventuali sofisticazioni industriali che l'olio può subire. Pertanto questi valori assumono importanza quali indici di qualità dell’olio analizzato.
Quest'analisi si basa sulla capacità di un campione di olio di assorbire energia radiante a valori di lunghezza d'onda pari a 232 nm e 270 nm.
Sono quindi indicati per ciascun olio i valori di K232 e K270. I valori di questi indici sono legati alla presenza di doppi e tripli legami coniugati che si generano per effetto dei processi ossidativi ai quali è sottoposto un olio quando è attaccato dall’ossigeno presente nell'aria. Inoltre, il valore del K270 è anche condizionato dall’ossidazione secondaria dell’olio derivante dalla presenza dei prodotti di decomposizione degli idroperossidi (aldeidi, chetoni), i quali modificano le caratteristiche organolettiche dando origine al famoso difetto di rancido.
Normalmente i valori di K232 di un olio appena prodotto possono variare da 1,40 a 1,60, mentre i valori di K270 oscillano tra 0,09 e 0,12. Per effetto dell' ossidazione questi valori tendono ad aumentare e per un prodotto ben conservato difficilmente superano il valore di 2,50 per K232 e 0,22 per K270 (sempre a distanza di 15 mesi).

Sulla base della qualità delle olive, della loro freschezza ed integrità, del grado di acidità e della lavorazione, gli oli di oliva vengono così classificati:

1°: OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA:
“Olio di oliva di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici”. Olio di oliva vergine la cui acidità libera, espressa in acido oleico, è al massimo di 0,8 g per 100 g e aventi le altre caratteristiche conformi a quelle previste per questa categoria;
2°: OLIO VERGINE DI OLIVA:
“Olio d’oliva ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici” . Olio di oliva vergine la cui acidità libera, espressa in acido oleico, è al massimo di 2 g per 100 g e avente le altre caratteristiche conformi a quelle previste per questa categoria;
3°: OLIO DI OLIVA - COMPOSTO DI OLI DI OLIVA RAFFINATI E OLI DI OLIVA VERGINI:
“Olio contenente esclusivamente oli di oliva che hanno subito un processo di raffinazione e oli ottenuti direttamente dalle olive” . Olio di oliva ottenuto dal taglio di olio di oliva raffinato con olio di oliva vergine diverso dall’olio lampante, con un tenore di acidità libera, espresso in acido oleico, non superiore a 1 g per 100 g e avente le altre caratteristiche conformi a quelle previste per questa categoria. È il risultato della miscelazione tra un olio rettificato, che ha cioè subito un processo chimico volto all’eliminazione dei difetti chimici ed organolettici, e un olio vergine. La legislazione non stabilisce un quantitativo minimo di olio vergine che deve rientrare nella miscela; solitamente è una percentuale minima, quel tanto che basta per ridare colore, odore e sapore all’olio che risulta nel complesso abbastanza ‘piatto’.
4°: OLIO DI SANSA DI OLIVA:
“Olio contenente esclusivamente oli derivati dalla lavorazione del prodotto ottenuto dopo l’estrazione dell’olio di oliva e oli ottenuti direttamente dalle olive” oppure “Olio contenente esclusivamente oli provenienti dal trattamento della sansa di oliva e oli ottenuti direttamente dalle olive” . Olio ottenuto dal taglio di olio di sansa di oliva raffinato e olio di oliva vergine diverso dall’olio lampante, con un tenore di acidità libera, espresso in acido oleico, non superore a 1 g per 100 g e avente le altre caratteristiche conformi a quelle previste per questa categoria.

Ha collaborato Roberto Passerini

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TRATTAMENTI ai PRODOTTI della TERRA


Trattamenti alle castagne, alle mele, al vino: una tendenza emergente dei Centri Benessere, è rappresentata dal legame sempre più stretto che si sta instaurando con il territorio e con le sue risorse. Ecco quindi utilizzare prodotti naturali che si potrebbero trovare inconsueti per l’ambito del wellness e dell’estetica e che invece, grazie alle loro proprietà, rivelano una efficacia terapeutica o estetica almeno pari, se non in qualche caso superiore, ad altri prodotti di uso comune.
Di seguito si riportano alcuni dei trattamenti in questione, illustrando composizione e proprietà dei singoli prodotti che ne sono alla base.

Trattamenti alle castagne

Presenti ovunque ci sia abbondanza di boschi, e dunque in forma diffusa in tutto il territorio nazionale, le castagne vengono utilizzate nell’ambito del wellness quando stagionalmente disponibili, ovvero in autunno.
Le castagne contengono in buona misura sostanze come i carboidrati, il potassio e vitamine. Esse rappresentano anche un ottimo elemento antiossidante e quindi una sostanza ideale per trattamenti cutanei. Le proprietà astringenti e disinfettanti delle castagne donano vitalità alla pelle mentre la loro polpa può essere utilizzata per le maschere al viso. Anche la corteccia e le foglie della castagna trovano la loro applicazione nel wellness: ricche di vitamine C e E possono comporre gli ingredienti di trattamenti rigeneranti e disintossicanti, oltre che di peeling, bagni multifunzione, massaggi e pediluvi. Uno speciale estratto dei semi della castagna rinvigorisce le gambe stanche e pesanti, facilita la circolazione e il metabolismo, oltre a tonificare la pelle e i tessuti connettivi. Le castagne possono essere quindi macinate a mano e impastate con acqua termale e olio di vinacciolo per i trattamenti esfolianti o, per ottenere un potere rigenerante, mescolati con miele anch’esso di castagne.
Tra i luoghi in Italia ove vengono praticati, durante l’autunno, i trattamenti alle castagne si annoverano le terme di Salvarola e quelle di Abano Terme, l’Hotel Taubers Unterwirt di Velturno, vicino Bressanone, il cui centro benessere sorge proprio sul cosiddetto “sentiero delle castagne” e il Centro Benessere Termale e Terapie Naturali Villa delle Ortensie (S. Onobomo Terme, in provincia di Bergamo), ove gli estratti di castagne sono anche l’ingrediente di base per tisane rilassanti e depurative nonché di alcune gustose proposte culinarie.

Trattamenti al vino

La cosiddetta Vinoterapia è una pratica conosciuta e diffusa che si basa sulle proprietà degli acini dell’uva, il cui altissimo potere antiossidante è legato alla massiccia presenza di polifenoli, ma anche di calcio, fosforo, flavonoidi, vitamine e acidi organici come l’acido tartarico, malico e glicolico. Nel complesso, essi sono in grado di contrastare l’invecchiamento cutaneo, di levigare e purificare la pelle nutrendola in profondità e lasciandola quindi più tonica e vellutata.
A seconda del territorio ove risiedono i Centri che praticano trattamenti di Vinoterapia, si ricorre naturalmente ai prodotti locali. Alle Terme di Salvarola, ad esempio, vengono utilizzati uva, vinaccioli, mosto fresco ed estratti d’uva della terra di Modena, come Grasparossa e Trebbiano, Con l’uva fresca di Lambrusco di Grasparossa, unitamente all’olio di vinaccioli, vengono tra l’altro praticati dei massaggi rigorosamente nel periodo della vendemmia.
Nella Beauty Farm dell'agriturismo al Vecchio Mulino, a Faè di Oderzo in provincia di Treviso, vengono effettuati trattamenti idratanti ed elasticizzanti, massaggi, impacchi, maschere e peeling per il viso e il corpo con acini freschi d'uva Cabernet, Merlot e Raboso, o con mosto fresco ed olio di vinacciolo. Di notevole efficacia, in termini di rilassamento e rigenerazione, è quindi il “bagno nella botte” (o bain barrique) con uva fresca, vinacce, mosto o vino. Tra i prodotti proposti al Vecchio Mulino vi sono poi lo Svergine d'uva rossa del Piave, ricco di antociani e polifenoli, ad effetto antiossidante, e di sali minerali e di vitamine, nutrienti e remineralizzanti, per cataplasmi e idromassaggio. Ancora, contro la senescenza e l’invecchiamento cutaneo, viene usato l’olio di vinaccioli, per il massaggio, emolliente e nutriente, ricco di acidi grassi poliinsaturi (vitamina F) mentre un effetto idratante, stimolante e levigante è offerto dallo Scrub al mosto d'uva Raboso del Piave e miele di acacia, ricco di zuccheri e di acidi della frutta (alfa beta e idrossi acidi). Infine il massaggio con grappa di vinaccia di Prosecco del Veneto ha un effetto stimolante e rigenerante e la Foglie di vite rossa viene utilizzata per infusioni, maschere e impacchi. Da segnalare che i trattamenti di Vinoterapia (termine improprio, visto che si basa sull’uso degli acini d’uva e non del vino vero e proprio) sono stati per la prima volta praticati in Francia all’inizio degli anni ’90 sulla base delle scoperte di un professore di Farmacia, Joseph Vercauteron dando vita ad un centro specializzato nelle terre del Chateau Smith Haut La fitte, nei pressi di Bordeaux, che si chiama Les Sources de Caudalie ove si praticano applicazioni basate sui medesimi principi della talassoterapia, ma sfruttando le proprietà dell’uva.


Trattamenti all’aceto

L’acido acetico presenta un alto contenuto di vitamine del gruppo A, B e C, ciò che gli conferisce il potere di purificare e riequilibrare le pelli miste e grasse a tendenza acneica. Tra gli aceti più rinomati vi è quello balsamico di Modena, che è alla base dei trattamenti che vengono praticati alle Terme della Salvarola: qui l’aceto viene abbinato, tra l’altro, a burro chiarificato (derivato dal latte delle mucche delle terre locali) per un trattamento utile a riequilibrare il Ph e per idratare e nutrire tutti i tipi di pelle, mentre il peeling all’aceto balsamico combinato con un mix equilibrato di semi di zucca e farina di ceci è in grado di donare al corpo un aspetto setoso.

Trattamenti alle mele

Le mele della Val Venosta, che crescono in modo naturale sul versante meridionale delle Alpi, sono rinomate per le loro proprietà dermopurificanti, disintossicanti e calmanti. I Centri Benessere della zona, come quello dell’Hotel Preidholf di Saturno o al Beauty & Wellness Resort Garberhof a Malles, utilizzano uno speciale fluido ottenuto dalle mele, insieme ad estratti e ad aceto di mele, per curare la pelle; il trattamento prevede una preparazione a base di un breve bagno Kneipp e assunzione di un tè deacidificante alla mela cui segue un bagno nella vasca idromassaggio, una permanenza su un lettino riscaldato che rilascia nella pelle altre sostanze attive contenuti nell’impacco alla mela per concludersi con un massaggio rilassante con un'essenza all'aceto di mele e menta.

Trattamenti al fieno

C’è fieno e fieno: quello delle Alpi, ottenuto da erba che cresce spontaneamente sui prati ad oltre 1500 metri di altitudine, possiede proprietà in grado di rinforzare il sistema immunitario, eliminare scorie e tossine e alleviare i disturbi reumatici, oltre a proprietà rilassanti, depurative, stimolanti e drenanti. La tradizione del “bagno di fieno” ha origine tra i contadini dello Sciliar: nel 1903, la tradizione divenne di pubblico dominio con l’apertura del primo albergo con fitofienorerapia: la pratica da allora consiste nello sdraiarsi su un giaciglio di erba in fermentazione, giunta ad una temperatura di 40° circa dopo tre giorni dal raccolto, avvenuto al mattino presto, quando il fieno è ancora umido di rugiada. Durante il trattamento, che dura circa 20 minuti, il vapore del fieno avrà rilasciato i principi attivi di molte essenze di alta montagna quali la alchemilla, la artemisia, la festuca, la valeriana, la lavanda ecc., esercitando una azione benefica su muscoli, articolazioni e ossa. Tra gli alberghi alpini ove viene praticata la fienoterapia fi sono l’Hotel Heubad, gestito dagli eredi di quel Anton Kompatscher di Fiè, che aprì il primo albergo con fitofienorerapia oltre all’Hotel Passo Monte Croce al confine con il Veneto, in Alta Punteria. Il trattamento si rivela particolarmente efficace nella stagione della fioritura, a giugno.

TRATTAMENTI PRODOTTI DELLA TERRA .
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Ogm nella filiera del Parmigiano-Reggiano!

Ogm nella filiera del Parmigiano-Reggiano!
Bisogna fare qualcosa. Serve il tuo aiuto!

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-Il Parmigiano-Reggiano si fa con il latte. E il latte viene dalle mucche. Fin qui nulla di nuovo. Ma il punto è che le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano ogni giorno soia Ogm della Monsanto. Gli organismi geneticamente modificati contaminano, in questo modo, la filiera di produzione e, dai laboratori della Monsanto, arrivano spediti sulle nostre tavole.

Il Parmigiano-Reggiano, uno dei prodotti italiani più famosi e apprezzati al mondo - sicuramente uno dei prodotti più imitati - viene fatto utilizzando Ogm nella filiera produttiva!

È in gioco la genuinità di un prodotto della nostra tradizione, che ha fatto della qualità il suo punto di forza. Bisogna agire subito per difendere il Parmigiano Reggiano e salvarlo dalla trappola degli Ogm. Scrivi al Consorzio e chiedi una modifica immediata del disciplinare di produzione: mai più Ogm per le mucche del Parmigiano Reggiano!

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Il Parmigiano-Reggiano si fa con il latte. E il latte viene dalle mucche. Ma le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano soia Ogm della Monsanto. Il Parmigiano-Reggiano è uno dei prodotti italiani più famosi e apprezzati al mondo: è assurdo che ci siano Organismi Geneticamente Modificati nel suo ciclo produttivo! Aiutaci a salvare il Parmigiano Reggiano dalla trappola degli Ogm. Scrivi al Consorzio e chiedi una modifica immediata del disciplinare di produzione: mai più soia Ogm per le mucche del Parmigiano-Reggiano!
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Oggetto: salviamo il Parmigiano-Reggiano dagli OGM

Spett.le Consorzio del Parmigiano-Reggiano,

scrivo per chiederVi di non utilizzare più Organismi Geneticamente Modificati (OGM) nei mangimi utilizzati nella produzione del Parmigiano-Reggiano.

Compro il Parmigiano e mi è sempre piaciuto, ma con stupore ho appreso che vengono utilizzati OGM nei mangimi impiegati negli allevamenti che forniscono il latte per la produzione del Parmigiano-Reggiano.

Gli OGM possono causare danni ambientali irreversibili e ancora sottovalutati. L'impatto a lungo termine sulla salute umana e sugli animali sono sconosciuti ed ancora troppo poco studiati.

Io non voglio mangiare prodotti che comportino il rilascio di OGM nell'ambiente, e voglio tutelare le produzioni italiane di qualità.

In Italia sono già tanti i prodotti che escludono l'uso di OGM.
Fra le finalità del Consorzio vi è quella di "perfezionare e migliorare la qualità del Parmigiano-Reggiano per salvaguardarne tipicità e caratteristiche peculiari". Il Parmigiano-Reggiano è uno dei formaggi più apprezzati, in Italia e all'estero, tuteliamone il nome e la qualità.

Vi chiedo di adottare tutte le misure necessarie al fine di salvaguardare questo prodotto e di soddisfare la volontà espressa dai consumatori, evitando che gli OGM siano utilizzati nei mangimi ed in ogni altra fase nella produzione del Parmigiano-Reggiano.

Distinti saluti.
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giovedì 2 aprile 2009

Armonia con se stessi



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Crescita personale vuol dire sapere che con il nostro atteggiamento nei confronti di noi stessi, degli altri e di ciò che stiamo facendo, possiamo determinare la qualità della nostra vita e del mondo in cui viviamo.

Abbiamo mai pensato che la realtà dipende anche dell’idea che noi ce ne facciamo, dal tipo di pensieri che coltiviamo nei suoi confronti e dal tipo di aspettative che abbiamo? Non è il destino a costruire la nostra vita, ma siamo noi, col nostro atteggiamento a forgiare il nostro destino, minuto per minuto.

Se siamo scontenti, delusi, scoraggiati, tutto ciò che intraprenderemo avrà su di sé già il peso della sconfitta. Se siamo ottimisti, fiduciosi, entusiasti, le probabilità di successo sono già alte in partenza. Il nostro atteggiamento non influisce direttamente sugli eventi, ma agisce indirettamente, attraverso un’interminabile catena di piccoli gesti, sguardi, parole, che ci attirano al simpatia e il consenso delle persone - che siano superiori, clienti, colleghi - e che col passare del tempo si tradurranno in effetti concreti. Piccoli gesti, sguardi, parole che ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi. “Fortuna”, potrà dire qualche mala lingua, “buon raccolto dopo una buona semina” si potrebbe più giustamente commentare.

Il nostro atteggiamento ha un ruolo fondamentale nella gestione della nostra esistenza, e soprattutto nel determinarne la qualità. Scopriamo così che l’idea che noi ci facciamo di noi stessi e del mondo diventa determinante per lo sviluppo del nostro futuro e per la possibilità di esplicare un ruolo creativo e costruttivo in cui mettere il luce aspetti sempre nuovi di noi stessi, per creare realtà sempre più adatte a modelli presenti, non a modelli passati, reiterati acriticamente e automaticamente.

Il vecchio motto “chi lascia la vecchia via per la nuova, sa quel che perde, non sa quel che trova”, viene sostituito da un nuovo invito: “per raggiungere un luogo che non conosci, devi prendere un cammino che non conosci”. La nostra vita può diventare la piena espressione del nostro essere, e la vita quotidiana può diventare l’occasione per rivelarsi e attivare le molteplici sfaccettature della nostra natura. La qualità della nostra vita va misurata in base a quanto sappiamo assaporare pienamente tutto ciò che l’esistenza ci offre, quando risvegliamo i sensi, rispettiamo i sentimenti, valorizziamo le idee, diamo forma ai sogni e agli ideali.

L’importante, allora, non è raggiungere una meta o l’altra, ma procedere con l’atteggiamento giusto, un atteggiamento di apertura e disponibilità, di attenzione interna e di attenzione esterna, attenzione a sé e agli altri, a ciò che vogliamo dalla vita e a ciò che la vita vuole da noi. Ci scopriremo felici con molto meno di quanto normalmente si pensa necessario, e il traguardo che ci porremo come obiettivo non sarà quantitativo, ma qualitativo, sarà quello dell’armonia con noi stessi.

Articolo di Marcella Danon - Tratto da Lista Sadhana (Guido da Todi)

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