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giovedì 7 novembre 2019

Donne ed il Trucco

Donne ed il Trucco


Sapevate che esiste una vera e propria psicologia del trucco? 
Le donne utilizzano il make up non solo per apparire più belle,
 ma ci sono delle ragioni più profonde che spingono le donne a truccarsi. 

Scopriamo di più!
Perché le donne si truccano? Una risposta semplice potrebbe essere: per sentirsi più belle! Dietro il 
make up si celano aspetti della nostra personalità e del nostro carattere che vengono fuori dal modo in cui trucchiamo gli occhi, la bocca, o dai colori che utilizziamo. Abbellire o accentuare alcuni tratti del viso è in realtà un'arte che ritroviamo già nell'antico Egitto e nell'antica Grecia: il viso veniva arricchito con colori, perlopiù presi dalla natura, per essere abbellito, ma anche per evidenziare la personalità o lo status sociale. Tutto ciò è andato avanti nei secoli fino ad arrivare a noi. Il trucco ha quindi molto a che fare con la psicologia di una donna e con la sua voglia di sentirsi diversa e unica, oltre alla voglia di piacere.

Cosa spinge le donne a truccarsi?
Il trucco può essere considerato come una maschera che utilizziamo per nascondere oppure 
evidenziare dei tratti del nostro viso e del nostro carattere. Il make up può farci quindi apparire più 
sensuali, aggressive, dolci. Dietro al modo in cui ci si trucca riveliamo noi stessi e la voglia, a volte 
inconscia, di mostrare agli altri una determinata immagine di noi. Il trucco svela quindi anche la nostra identità psicologica: grazie al make up valorizziamo non solo l'aspetto fisico, ma anche il nostro mondo interiore, rivelando la nostra personalità e il nostro modo di essere. Attraverso il trucco ogni donna risalta la propria immagine e la propria identità esprimendo non solo ciò che è, ma anche ciò che vorrebbe essere: una donna sexy, dolce, combattiva. Con il make up risaltiamo aspetti che nascono dalla nostra psiche per rappresentare noi stesse come ci vediamo, ma anche come vorremmo essere percepite dagli altri.

Voglia di migliorarsi

Donne ed il Trucco


Trucco come necessità di far emergere la propria identità, enfatizzando quegli aspetti di noi che 
vogliamo rivelare e che ci fanno sentire migliori. Utilizzare il make up per mettere in risalto quei tratti del nostro carattere che ci rappresentano e che consideriamo importanti: il trucco quindi non solo come maschera, ma come modo per rivelare aspetti profondi di noi stesse, di come vogliamo essere viste dagli altri.
Il make up fa sentire le donne più sicure
Molte volte si tende ad etichettare le donne che si truccano come insicure, donne che hanno paura di 
rivelarsi per ciò che sono "senza maschera". In realtà chi si trucca tende a mettere in risalto tratti del 
proprio viso particolarmente attraenti o che potrebbero diventarlo con il trucco giusto: sono quindi sicure del proprio fascino, che desiderano evidenziare. 
Quando invece il trucco è indice di insicurezza? 
Quando il make up diventa eccessivo, tanto da farci apparire ridicole, significa che vogliamo camuffare il nostro aspetto, negando una parte di noi che non accettiamo. Il trucco diventa quindi una sorta di auto incoraggiamento, un modo per sentirsi più disinibite.

Donne ed il Trucco


Perché truccare gli occhi o le labbra?
Nel momento in cui utilizziamo il make up decidiamo di focalizzare l'attenzione su una parte del nostro viso. Qual è il motivo psicologico?
Truccare gli occhi in modo più accurato significa che vogliamo puntare i riflettori sulla nostra 
personalità, un modo per mostrare la propria parte interiore: gli occhi come specchio dell'anima che 
possiamo enfatizzare con il trucco. Gli occhi rappresentano anche la nostra parte più espressiva: molte donne, infatti, non possono rinunciare al mascara per sentirsi più sicure e meno "nude".
Truccare le labbra indica la voglia di mostrare la propria sensualità, soprattutto se per la nostra bocca 
scegliamo colori vivaci per mostrare tutta la nostra femminilità.
In merito ai colori, utilizzare per il make up toni accesi può essere un modo per esprimere la propria 
vivacità ma anche un modo per nascondere un velo di tristezza. I toni vivaci hanno quindi questo doppio significato, sta a noi capire la motivazione che si nasconde dietro tanta colorata vivacità. Chi preferisce i toni tenui non ama mettersi in mostra o comunque non ama stare al centro dell'attenzione, rivelando spesso un carattere timido e riservato.

Ci trucchiamo per noi stesse o per gli altri?
Se provate a chiedere a una donna: perché ti trucchi? Quasi sicuramente risponderà: per piacere a me 
stessa e, in parte, è vero. Quando utilizziamo il make up, infatti, scegliamo l'immagine che vogliamo dare di noi e che ci fa sentire a nostro agio ma in realtà non pensiamo solo a noi stesse ma anche ai nostri possibili interlocutori, all'uomo che ci piace o a quello che speriamo di attrarre, ma anche per apparire curate o attraenti sul posto di lavoro o quando usciamo per un aperitivo o una cena. Un modo per valorizzarsi ed esprimere se stesse e la propria personalità, sentendosi bene e a proprio agio.

Una ricerca spiega perché le donne si truccano
Secondo uno studio realizzato dal dottor Richard Russell, professore di psicologia al college di 
Gettysburg in Pennsilvanya (Usa), i trucco servirebbe a rendere più evidenti i contrasti di colore del 
nostro viso che ci fanno apparire più giovani. Il dott. Russell ha studiato le immagini di circa 300 donne tra i 20 e i 70 anni scoprendo che, con il passare degli anni, labbra, occhi e sopracciglia perdono parte del proprio colore mentre la pelle tende a diventare più scura: i contrasti de viso, più evidenti nelle donne giovani, tendono così ad attenuarsi con l'età. Il trucco sarebbe quindi un modo, spesso inconscio, di rendere più visibili questi contrasti, per sembrare giovani più a lungo.

Perché le donne si truccano e gli uomini no?
Quando si parla di trucco si pensa subito alle donne: sono loro infatti ad indossare rossetto, mascara, 
ombretto & company! In realtà però non è del tutto vero che i maschi non si truccano: a parte gli uomini di spettacolo che devono ricorrere al make up per ragioni di lavoro, oggi esistono molti prodotti di bellezza specifici "for men" con intere linee cosmetiche dedicate a lui. Le donne sono però da sempre più legate all'estetica, in passato la donna doveva apparire in un certo modo per essere considerata nella società mentre l'uomo veniva valutato di più per i suoi meriti, per il fare, più che per il suo aspetto: è quindi anche una questione culturale che differenzia i due sessi in questo senso. In alcune tribù africane, però, come quella dei Wodaabe, il trucco viene utilizzato come strumento di corteggiamento: gli uomini usano infatti un make up molto marcato per piacere alle donne, con un vero e proprio rituale di conquista. Certo parliamo di un caso specifico, legato alla cultura di un popolo, ma resta il fatto che nella nostra società tanto le donne, quanto gli uomini, fanno ricorso all'estetica e alla cosmesi: nessuno 
è esente quindi dal fascino di piacere e di piacersi.





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mercoledì 16 ottobre 2019

Rastrellamento Nazista del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43


Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43


Erano le 05,15 di un sabato mattina di settantasei anni fa, quando dai camion scesero le SS, chiusero ogni varco, ogni possibile uscita secondaria, non erano in cerca di violenti criminali e neppure di sanguinari Partigiani, nei loro mirini cerano: 363 uomini, 689 donne, 207 bambini. Fino alle 16,30 ci fu solo sgomento, paura, incredulità e una sottile speranza che qualcuno arrivasse e in qualche modo li potesse salvare, ma non arrivo nessuno. Per loro si aprirono i cancelli di Auschwitz e le docce, quelle che però al posto dell'acqua lasciavano uscire il gas. Ritornarono, dopo due anni, a guerra finita, non erano più 1259, ma solo in 16, 15 uomini e una donna, questo fu il rastrellamento del ghetto di Roma...io non dimentico !!!

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43


Era il 16 ottobre del 1943, quello che sarebbe passato alla storia come il “sabato nero” del ghetto di Roma. Non un giorno qualsiasi, ma quello più sacro per gli ebrei: Shabbat. Alle 5.15 del mattino le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1.259 persone (689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine). A comandarle il tenente colonnello Herbert Kappler. Era stato lui a chiedere agli ebrei della Capitale di consegnargli 50 chilogrammi d’oro in due giorni, che avrebbero dovuto metterli in salvo. Un ricatto che non servì a nulla (l’episodio è mirabilmente raccontato nel film L’oro di Roma di Carlo Lizzani del 1961).

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43



Il 18 ottobre, alle 14.05 , diciotto vagoni piombati partirono con 1.203 persone dalla stazione Tiburtina, verso il campo di concentramento di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, scomparsa nel 2000, torturata a Bergen-Belsen. Le sue memorie sono raccolte nel volume Gli anni rubati e la sua storia è anche diventata un documentario dal titolo Nata 2 volte: storia di Settimia ebrea romana). Ad oggi, dopo la scomparsa di Enzo Camerino il 2 dicembre 2014, Lello Di Segni è l’unico sopravvissuto. Durante il viaggio dei convogli, a nord di Padova, un giovane, Lazzaro Sonnino (qui la sua storia, ripresa da La Nuova Sardegna), riuscì a fuggire, gettandosi dal convoglio in movimento. Fatti uscire dai vagoni, i deportati vennero divisi in due file: da una parte 820, giudicati fisicamente inabili al lavoro, vennero portati nelle camere a gas; 154 uomini e 47 donne, fisicamente sani, furono in parte destinati ad altri campi di sterminio. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 75esimo anniversario del rastrellamento degli ebrei a Roma. 

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43

Rastrellamento del Ghetto di Roma 16 ottobre del ’43



“Il 16 ottobre 1943 fu un sabato di orrore, da cui originò una scia ancor più straziante di disperazione e morte: la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma costituisce una ferita insanabile non solo per la comunità tragicamente violata, ma per l’intero popolo italiano”. Quell’episodio, ha chiarito il Capo dello Stato, “fu l’inizio anche in Italia, favorita dalle leggi razziali varate dal regime fascista, di una caccia spietata che non risparmiò donne e bambini, anziani e malati, adulti di ogni età e condizione, messi all’indice solo per infame odio… Davanti all’Olocausto – abisso della storia – torniamo a inchinarci. Il ricordo non può non fermarsi sui duecento ragazzi, strappati quella mattina di ottobre dalle loro case, attorno al Portico d’Ottavia: nessuno di loro riuscì a sopravvivere e a fare ritorno nella terra dei loro padri e dei loro giochi. Le lezioni più tragiche della storia vanno richiamate alla conoscenza e alla riflessione delle giovani generazioni, affinché, nel dialogo, cresca la consapevolezza del bene comune. Il sacrificio, la tribolazione, il martirio di tanti innocenti, è un monito permanente alla nostra civiltà, che si è ricostruita promettendo solennemente ‘mai più’ e, tuttavia, ogni giorno è chiamata a operare per svuotare i depositi di intolleranza, per frenare le tentazioni di sopraffazione, per affermare il principio dell’eguaglianza delle persone e del rispetto delle convinzioni di ciascuno”.



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Psichiatri Usa contro Trump


Psichiatri Usa contro Trump


Sta mettendo a rischio
 la sicurezza nel mondo

Non lo dicono più solo i suoi avversari politici, i membri del Partito Democratico statunitense e i ragazzi delle strade nordamericane che manifestano contro la sua politica pro-suprematisti. Il presidente Donald Trump «è un chiaro e reale pericolo per il mondo, e non ci vuole più uno psichiatra per riconoscere gli allarmanti modelli di comportamento impulsivo, 
sconsiderato e narcisistico che assume».

Questa è una delle frasi chiave di una lettera spedita da un gruppo di medici e psichiatri al Congresso americano, per spiegare, e forse anche per svegliare, i suoi rappresentanti: Donald Trump è alarming, allarmante, reckless, sconsiderato e ha un narcissistic behaviour, un comportamento narcisistico. La lettera è stata spedita ad entrambi i rappresentati dei partiti, sia quello Democratico che quello Repubblicano. Secondo il parere degli psichiatri e dei medici, Donald Trump è instabile, soffre di disturbo narcisistico, non è capace di alcuna empatia. 
In una sola parola – scrivono gli scienziati – è un «pericolo».

Questo responso via lettera arriva nel momento in cui i titoli d’apertura dei maggiori quotidiani americani riguardano «le preoccupazioni bipartitiche e il dibattito acceso sulla salute mentale del presidente», scrive Usa Today. Ma, specialmente dopo la richiesta dei democratici, che hanno promosso la creazione di una «cross-party Oversight Commission on Presidential Capacity», una commissione bipartitica per la sorveglianza della capacità presidenziale, ovvero un team medico che diventerebbe responsabile della salute mentale e fisica del presidente
 dello Stato con l’arsenale più letale del mondo.

La prima voce ad alzarsi è stata quella di Jamie Raskin, un membro del Congresso del Maryland, e sono sempre più quelli che lo appoggiano. Raskin ha promosso la creazione del team medico e il giudizio della commissione potrebbe forzare Trump a lasciare la Casa Bianca se “unfit”, inadatto al ruolo. La creazione della commissione medica che determinerà lo stato della capacità fisica e mentale del presidente è prevista dal venticinquesimo emendamento della Costituzione statunitense, ratificata 50 anni fa, ma fino ad ora nessuno vi ha mai fatto ricorso.

Questo dibattito che sta scuotendo la società americana si è intensificato negli ultimi giorni, mentre Trump visitava i suoi elettori in Arizona, a Phoenix. Da quel palco, commentando la proposta del suo Congresso, Trump non ha detto niente di nuovo: è tutta roba fatta dai media disonesti, dai maledetti media disonesti, damned dishonest media.

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Non Esiste un Sistema Bibbiano

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Lo dicono anche i magistrati per i minori

L’Aimmf si scaglia contro la diffusione di informazioni Errate che riguardano i minori, 
«senza alcun filtro e cautele»

Per l’associazione dei magistrati per i minori e per la famiglia, riunitasi in congresso nazionale venerdì e sabato scorsi a Lecce, non ci sono dubbi: «Non esiste nessun sistema Bibbiano» e «non è vero che i servizi sociali hanno potere assoluto».

Il congresso dell’Aimmf ha posto la sua attenzione sull’inchiesta «Angeli e Demoni» – e più i generale sugli affidi, considerati illegittimi, dei bambini della Val d’Enza – e a conclusione della discussione i giudici, attraverso un comunicato, fanno difeso l’operato dei colleghi del Tribunale dei minori di Bologna.

L’associazione ricorda le centinaia di verifiche sulle richieste d’affido del passato, e dichiara che che «in tale situazione risulta smentita l’esistenza di un sistema emiliano». Al contrario, le verifiche dimostrerebbero che ha funzionato «l’approccio critico degli altri operatori» (cioè la magistratura).

L’Aimmf si scaglia però contro la diffusione di informazioni che riguardano i minori, «senza alcun filtro e cautele». Ciò ha «esposto il sistema della giustizia minorile alle speculazioni». Questa diffusione di notizie riservate sui minorenni è avvenuta «catalizzando le istanze di pancia degli scontenti e amplificando la logica del sospetto su tutto e tutti».

Un danno enorme e non giustificato, secondo i magistrati, per chi, in diversi ruoli, lavora in difesa dei bambini. La fuga di notizie e l’assenza di un “sistema Bibbiano” non escludono che «esistono delle criticità e delle carenze» che dovranno essere risolte. Insomma, per i magistrati dei minori, chi ha sbagliato deve pagare.


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domenica 13 ottobre 2019

Pietro Bartolo, il medico dei migranti, racconta

Pietro Bartolo, il medico dei migranti, racconta


Storie di vita vissuta di un medico a Lampedusa

Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo,
 ma questa cosa ve la devo troppo raccontare.

#MoreMed2019
Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi. Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di lallallà. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro. Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare l’ispezione cadaverica. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta: “Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail estroprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”. Mi perplimo.

Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.

“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. 
Sono famiglie. Famiglie come le nostre”.

Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.

“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia.
Mi dimentico dei Pokémon.
“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”.
Metto il cellulare in tasca.
“Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.
“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti. Sono uscito a vomitare e a piangere. Sapeste quanto ho pianto in 28 anni di servizio, voi non potete immaginare”.

Ora non c’è nessuno in aula magna che non trattenga il fiato, in silenzio.

“Ma ci sono anche cose belle, cose che ti fanno andare avanti. Una ragazza. Era in ipotermia profonda, in arresto cardiocircolatorio. Era morta. Non avevamo niente. Ho cominciato a massaggiarla. Per molto tempo. E all’improvviso l’ho ripresa. Aveva edema, di tutto. È stata ricoverata 40 giorni. Kebrat era il suo nome. È il suo nome. Vive in Svezia. È venuta a trovarmi dopo anni. Era incinta” ci mostra la foto del loro abbraccio.

“… Si perché la gente non capisce. C’è qualcuno che ha parlato di razza pura. Ma la razza pura è soggetta a più malattie. Noi contaminandoci diventiamo più forti, più resistenti. E l’economia? Queste persone, lavorando, hanno portato miliardi nelle casse dell’Europa. E io aggiungo che ci hanno arricchito con tante culture. A Lampedusa abbiamo tutti i cognomi del mondo e viviamo benissimo. Ci sono razze migliori di altre, dicono. Si, rispondo io. Loro sono migliori. Migliori di voi che asserite questo”.

Fa partire un video e descrive:”Questo è un parto su una barca. La donna era in condizioni pietose, sdraiata per terra. Ho chiesto ai ragazzi un filo da pesca, per tagliare il cordone. Ma loro giustamente mi hanno risposto “non siamo pescatori”. Mi hanno dato un coltello da cucina. Quella donna non ha detto bau. Mi sono tolto il laccio delle scarpe per chiudere il cordone ombelicale, vedete? Lei mi ringraziava, era nera, nera come il carbone. Suo figlio invece era bianchissimo. Si perché loro sono bianchi quando nascono, poi si inscuriscono dopo una decina di giorni. E che problema c’è, dico io, se nascono bianchi e poi diventano neri? Ha chiamato suo figlio Pietro. 
Quanti Pietri ci sono in giro!”.

Sorridiamo tutti.

“Quest’altra donna, invece, è arrivata in condizioni vergognose, era stata violentata, paralizzata dalla vita in giù… Era incinta. Le si erano rotte le acque 48 ore prima. Ma sulla barca non aveva avuto lo spazio per aprire le gambe. Usciva liquido amniotico, verde, grande sofferenza fetale. Con lei una bambina, anche lei violentata, aveva 4 anni. Aveva un rotolo di soldi nascosto nella vagina. E si prendeva cura della sua mamma. Tanto che quando cercavo di mettere le flebo alla mamma lei mi aggrediva. Chissà cosa aveva visto. Le ho dato dei biscotti. Lei non li ha mangiati. Li ha sbriciolati e ci imboccava la mamma. Alla fine le ho dato un giocattolo. Perché ci arrivano una montagna di giocattoli, perché la gente buona c’è. Ma quella bimba non l’ha voluto. 
Non era più una bambina ormai.”

Foto successiva.
“Questa foto invece ha fatto il giro del mondo. Lei è Favour. Hanno chiamato da tutto il mondo per adottarla. Lei è arrivata sola. Ha perso tutti: il suo fratellino, il suo papà. La sua mamma prima di morire per quella che io chiamo la malattia dei gommoni, che ti uccide per le ustioni della benzina e degli agenti tossici, l’ha lasciata ad un’altra donna, che nemmeno conosceva, chiedendole di portarla in salvo. E questa donna, prima di morire della stessa sorte, me l’ha portata. Ma non immaginate quanti bambini, invece, non ce l’hanno fatta. Una volta mi sono trovato davanti a centinaia di sacchi di colori diversi, alcuni della Finanza, alcuni della polizia. Dovevo riconoscerli tutti. Speravo che nel primo non ci fosse un bambino. E invece c’era proprio un bambino. Era vestito a festa. Con un pantaloncino rosso, le scarpette. Perché le loro mamme fanno così. Vogliono farci vedere che i loro bambini sono come i nostri, uguali”.

Ci mostra un altro video. Dei sommozzatori estraggono da una barca in fondo al mare dei corpi esanimi. “Non sono manichini” ci dice.

Il video prosegue.
Un uomo tira fuori dall’acqua un corpicino. Piccolo. Senza vita. Indossava un pantaloncino rosso. “Quel bambino è il mio incubo. Io non lo scorderò mai”.

Non riesco più a trattenere le lacrime. E il rumore di tutti coloro che, alternandosi in aula, come me, hanno dovuto soffiarsi il naso.

“E questo è il risultato” ci mostra l’ennesima foto. “368 morti. Ma 367 bare. Si. Perché in una c’è una mamma, arrivata morta, col suo bambino ancora attaccato al cordone ombelicale. Sono arrivati insieme. Non abbiamo voluto separarli, volevamo che rimanessero insieme, per l’eternità”.

Penso che possa bastare così. E questo è un estratto. Si, perché il Dottor Bartolo ha parlato per un’ora. Gli altri relatori hanno lasciato a lui il loro tempo. Nessuno ha osato interromperlo. E quando ha finito tutti noi, studenti, medici e professori, ci siamo alzati in piedi e abbiamo applaudito, per lunghi minuti. E basta. Lui non ha bisogno di aiuto, “non venite a Lampedusa ad aiutarci, ce l’abbiamo sempre fatta da soli noi lampedusani. Se non siete medici, se non sapete fare nulla e volete aiutare, andate a raccontare quello che avete sentito qui, fate sapere cosa succede a coloro che dicono che c’è l’invasione. Ma che invasione!”.

E io non mi espongo, perché non so le cose a modo. Ma una cosa la so. E cioè che questo è vergognoso, inumano, vomitevole. E non mi importa assolutamente nulla del perché sei venuto qui, se sei o no regolare, se scappi dalla guerra o se vieni a cercare fortuna: arrivare così, non è umano. E meriti le nostre cure. Meriti un abbraccio. Meriti rispetto. Come, e forse più, di ogni altro uomo.

#fuocoammare

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#Ostentazione #Blasfema dei   #SimboliReligiosi da parte #Salvini


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mercoledì 18 settembre 2019

La Birra rende più Intelligenti


La Birra rende più intelligenti


La Birra rende più intelligenti: questo il risultato di una ricerca che ha analizzato il comportamento di 40 uomini.Ecco perchè certi scrittori folli erano geni.

La birra rende più intelligenti e lo conferma una ricerca degli studenti dell‘Università dell’Illinois a Chicago. I ricercatori hanno deciso di sottoporre circa 40 uomini ad un esperimento. Gli scienziati hanno osservato gli uomini, sottoponendoli a dei quiz di logica, dividendoli in due categorie: i bevitori di birra e gli astemi. I bevitori di birra sono stati in grado di risolvere il 40% in più dei problemi, e più velocemente, con una media di 3,5 secondi in meno rispetto ai sobri.

La psicologa che ha condotto la ricerca, Jennifer Wiley, ha spiegato: “Abbiamo scoperto che le persone con una piccola percentuale alcolica nel sangue non sono brave nei compiti che coinvolgono la memoria, diversamente riescono a risolvere problemi di tipo creativo” Secondo la studiosa questo spiega come mai scrittori fuori di testa come Ernest Hemingway, John Cheever o Charles Bukowski siano stati in grado di produrre capolavori. “A volte l’aspetto creativo viene fuori dopo aver bevuto un paio di bicchieri a cena”. (A conferma della tesi: i difetti che ti rendono più intelligente)
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Afrodite, la Dea della Bellezza e dell'Amore

Afrodite, la Dea della Bellezza e dell'Amore


I Romani la identificarono con Venere, era, secondo Omero, figlia di Zeus e della ninfa Dione; invece, secondo Esiodo, era nata in primavera dalla spuma del mare fecondata dai genitali di Urano che Cronos aveva scagliato in mare dopo la ribellione contro il padre. Afrodite, dal greco afros, la spuma, aveva anche l'appellativo di Urania, perché ancora figlia del Cielo. Appena emerse dalle onde, su una conchiglia di madreperla, Zefiro l'aveva spinta sulla riva dell'isola di Cipro, da qui gli appellativi di Anadiomene, l'emersa, e di Ciprigna. Appena la dea mosse i primi passi sulla spiaggia, i fiori sbocciarono sotto i suoi piedi, e subito le vennero incontro le Ore, le Cariti, Peito, la persuasione, Potos, il desiderio, Himeros, il la brama, per accoglierla, onorarla e servirla. La vestirono con un vestito bellissimo e una cintura, le misero boccole d'oro e di gemme alle orecchie, braccialetti ai polsi e una collana splendente al collo. Dal cielo arrivò un carro di gemme, tirato da due colombe, la dea vi salì e fu così assunta in Cielo. 

Zeus la diede in moglie ad Hefesto; ma la sua idea non fu delle più felici; non si può unire in matrimonio la dea più bella con il dio più brutto. Afrodite veniva rappresentata nel fiore della sua giovinezza, avvenente, graziosa, tutta ingioiellata e sorridente. Il suo volto era ovale, delicato e gentile; i suoi occhi grandi, tremuli, avevano uno sguardo soave e languido che ispiravano tanta dolcezza. Sopra il vestito portava una cintura magica, dove erano raccolti tutti i vezzi, le grazie, il sorriso che promette ogni gioia, i teneri dialoghi degli innamorati, i sospiri che persuadono e il silenzio espressivo. Erano sacri ad Afrodite: tra le piante, il mirto, la rosa, il melo, il papavero; tra gli animali, il passero, la lepre, il cigno, il delfino e soprattutto la colomba. Dalle sue varie unioni ebbe alcuni figli, dal troiano Anchise ebbe Enea; dal dio Dioniso ebbe Imene, il dio delle feste nuziali; da Ares ebbe due figli terribili, Eros, amore, e Anteros. I poeti greci raccontano che quando Afrodite ebbe Eros, si lamentò con la dea Temi perchè il figlio non crescesse; Temi le rispose che il bambino non sarebbe cresciuto finchè non avesse avuto un fratello. Allora Afrodite diede vita ad Anteros che significa "colui che ricambia l'amore"; così i poeti con questa graziosa leggenda hanno voluto dire che l'amore, per poter crescere, deve essere ricambiato.

Il cioccolato, uno dei classici cibi afrodisiaci, contiene una rilevante quantità di feniletilamina, una sostanza dalle proprietà simili all'anfetamina che si sviluppa nel corpo quando si è innamorati, oltre che contenere un'altra sostanza che agisce sull'umore.  Il peperoncino, stimola il rilascio di endorfine sostanze in grado di dare un senso di benessere.  Torta al Cioccolato e Peperoncino

Il cioccolato, uno dei classici cibi afrodisiaci, contiene una rilevante quantità di feniletilamina, una sostanza dalle proprietà simili all'anfetamina che si sviluppa nel corpo quando si è innamorati, oltre che contenere un'altra sostanza che agisce sull'umore.
Il peperoncino, stimola il rilascio di endorfine sostanze in grado di dare un senso di benessere.
Torta al Cioccolato e Peperoncino ... 
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Cioccolato e Peperoncino

Il cioccolato, uno dei classici cibi afrodisiaci, contiene una rilevante quantità di feniletilamina, una sostanza dalle proprietà simili all'anfetamina che si sviluppa nel corpo quando si è innamorati, oltre che contenere un'altra sostanza che agisce sull'umore.


Il cioccolato, uno dei classici cibi afrodisiaci, contiene una rilevante quantità di feniletilamina, una sostanza dalle proprietà simili all'anfetamina che si sviluppa nel corpo quando si è innamorati, oltre che contenere un'altra sostanza che agisce sull'umore.
Il peperoncino, stimola il rilascio di endorfine sostanze in grado di dare un senso di benessere.


Il cioccolato, uno dei classici cibi afrodisiaci, contiene una rilevante quantità di feniletilamina, una sostanza dalle proprietà simili all'anfetamina che si sviluppa nel corpo quando si è innamorati, oltre che contenere un'altra sostanza che agisce sull'umore.


La cucina afrodisiaca
I cibi dell'amore sono tantissimi, e sono considerati efficaci nella tradizione popolare e nelle medicine antiche. I cibi afrodisiaci con i loro benefici sull'attività sessuale, sono stati riconosciuti per la loro efficacia anche dalla moderna ricerca scientifica.
Il termine afrodisiaco deriva dal nome Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, donna creatrice ed amante. Chiamata dai romani Venere, rappresentata dal Botticelli nell'opera "La nascita di Venere". Nella mitologia greca, Afrodite era una presenza che incuteva reverenza, perchè provocava nei mortali e nelle divinità l’innamoramento ed il concepimento di una nuova vita


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Torta cioccolato e peperoncino: il dessert ideale per San Valentino

La torta cioccolato e peperoncino ha un sapore unico e un aspetto elegante ed è perfetta come dessert di una cena a due per un'occasione come San Valentino.

La torta cioccolato e peperoncino è il dessert ideale con cui concludere una cena a lume di candela. È buona, ha un gusto diverso dal solito, si presenta molto bene e conferisce una veste piccante a un incontro romantico o a una cena di San Valentino.

L’abbinamento cioccolato-peperoncino poi esalta il sapore di entrambi gli ingredienti. Devi fare attenzione però al peperoncino. La nostra ricetta prevede quello fresco, ma puoi usare anche quello in polvere. Ovviamente la raccomandazione è una sola: non esagerare. Per il cioccolato, invece, la scelta è quasi obbligata: scegli quello fondente. Ti consigliamo un cioccolato extra fondente con una percentuale di cacao pari al 75%. In realtà, non si tratta di una prescrizione rigida. La scelta del cioccolato da usare dipende dai tuoi gusti. Puoi optare cioè anche per un cioccolato al latte o per un semplice cioccolato fondente con una percentuale di cacao del 43%.

La ricetta della torta al cioccolato e peperoncino è molto semplice. L’unico accorgimento consiste nel rispettare bene le dosi degli ingredienti. Il sapore di questo dolce è dato dal connubio tra cioccolato, peperoncino, panna acida e burro. La panna, per esempio, stempera i sapori forti e il burro dà morbidezza al dolce.

Se vuoi ottenere una torta con un cuore cremoso, metti in freezer il composto prima della cottura. Bastano 20 minuti e otterrai un risultato simile a quello del tortino con cuore morbido. A questo punto non ti resta che invitare il tuo partner a cena e preparargli la torta cioccolato e peperoncino!


Metodo di cottura
In forno 
Categoria
Torte 
Preparazione
30 minuti 
Cottura
50 minuti 
Tempo totale
80 minuti 
Dosi
8/10 persone
Ingredienti
Farina
250 gr
Uova
2
Zucchero
120 gr
Burro
170 gr
Cioccolato extra fondente
120 gr
Panna acida
200 gr
Lievito per dolci
1 bustina
Latte
65 ml
Peperoncino fresco
1



Preparazione
Apri le uova in una ciotola, aggiungi lo zucchero e monta con una frusta manuale fino a quando i due ingredienti non si amalgamano formando un composto morbido e gonfio.
Sciogli in un pentolino il cioccolato tagliato a pezzetti con il burro. Non appena i due ingredienti si sono fusi insieme, spegni il fornello e lascia raffreddare.
Quando il composto burro-cioccolato si è intiepidito, versalo nella ciotola 
con lo zucchero e le uova e mescola.
Aggiungi la panna acida e continua a mescolare. Setaccia la farina con il lievito e versala nell’impasto a poco a poco, senza smettere di mescolare.
Versa il latte e il peperoncino in una pentola e lascia intiepidire sul fornello. Quando si è intiepidito, spegni, fai raffreddare e filtra il latte in modo da eliminare il peperoncino. Infine, aggiungi il latte al peperoncino nel tuo composto.
Imburra uno stampo tondo del diametro di 22 centimetri e versa il composto all’interno. Cuoci la tua torta cioccolato e peperoncino per 50 minuti a 180 gradi.
Buon Assaggio e ... Buona Serata.

I Romani identificarono con Venere, era, secondo Omero, figlia di Zeus e della ninfa Dione; invece, secondo Esiodo, era nata in primavera dalla spuma del mare fecondata dai genitali di Urano che Cronos aveva scagliato in mare dopo la ribellione contro...


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sabato 25 maggio 2019

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martedì 2 aprile 2019

Maté de coca

Maté de coca


Nel suo habitat naturale, la pianta della coca è resistente alla siccità e alle malattie. La coca è un piccolo albero arbustivo che non ha bisogno di irrigazione. Le sue foglie sono verdi, ovali e resistenti. I suoi fiori sono piccoli e bianco verdastro. Un frutto rosso viene prodotto con un singolo seme.
        L' introduzione della coca in Inghilterra fu introdotta all'inizio del XIX secolo dai Royal Botanical Gardens di Kew. Tuttavia, la pianta di coca deve ancora trovare un posto nell'orticoltura occidentale ortodossa.

        La crescita dell'ecommerce basata su Net all'inizio del XXI secolo ha tuttavia stimolato un aumento della domanda e dell'offerta tra gli orticoltori di tutto il mondo. Gli appassionati di giardinaggio che visitano Cocomama (2003) hanno detto: "Se sei interessato a coltivare piante di coca per hobby, ricerca o conservazione, sentiti libero di ordinare i semi".

        Negli anni '80, milioni di americani ingenui sono stati introdotti per "decociare" il tè di coca importato dal Sud America. La legittima coltivazione della coca peruviana, e anche la produzione di tutta la cocaina peruviana concessa in licenza per l'esportazione farmaceutica, era controllata dalla National Enterprise Of Coca del governo. Nel tentativo di ampliare e diversificare la propria gamma di prodotti, la National Enterprise Of Coca ha promosso i benefici della coca sotto forma di una bevanda tradizionale sana. Questa iniziativa di esportazione sponsorizzata dallo stato ha avuto successo: la domanda estera si è dimostrata vivace. Dal 1983, "Inca Health Tea" ha venduto particolarmente bene nel mercato nordamericano. Lemongrass e altri sapori sono stati aggiunti per soddisfare i palati americani. Presto maté de coca potrebbe essere acquistato in negozi di tè e drogherie nelle città degli Stati Uniti.

         Il Maté de coca è in effetti uno stimolante e piacevole stimolante dell'umore. Il Maté de coca è anche estremamente benigno: i pazienti della San Francisco National Addiction Research Foundation, ad esempio, sono stati incoraggiati negli anni '80 a bere il maggior numero di mate de coca che desideravano per liberarsi dalla cocaina. Se consumato in quantità generose, il tè alla coca è straordinariamente efficace nell'alleviare le voglie di droga. Tuttavia, questo perché la bustina di tè "decocinata" media contiene 5 milligrammi di cocaina.


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