.

loading...

CONDIVIDI con Amici

Bookmark and Share

martedì 21 agosto 2018

Usa: 300 sacerdoti e abusi sessuali su minori

Usa, oltre 300 sacerdoti della Pennsylvania coinvolti in abusi sessuali su minori


Pubblicato il rapporto di un grand jury: più di mille le vittime.
Per 70 anni la Chiesa ha di fatto coperto i responsabili.

Un gran giurì della Pennsylvania ha ritenuto credibili le accuse di abusi sessuali nei confronti di bambini di oltre 300 preti, coperti dalla Chiesa cattolica in Pennsylvania. In un ampio rapporto, le vittime identificate sono oltre mille. Gli abusi riguardano sei diocesi dello Stato americano, e sono avvenuti nel corso degli ultimi 70 anni. "Crediamo che il numero reale delle vittime - considerando le denunce perse o quelle mai fatte per paura di farsi avanti - sia di migliaia", si legge nel rapporto di circa 1.400 pagine sugli abusi sessuali su minori segnalati in tutte (tranne due) le diocesi dello Stato.

Il rapporto finale della giuria indica che "quasi tutti i casi" sono caduti in prescrizione e non possono essere perseguiti penalmente. Tuttavia due sacerdoti sono stati incriminati per abusi ripetuti su diversi bambini in alcuni casi che risalgono al 2010. "Alcuni preti abusarono di bambini e bambine e gli uomini di Chiesa che erano i loro responsabili non fecero nulla, per decenni", hanno scritto i membri della giuria nella relazione. I giurati scrivono di "riconoscere che molte cose sono cambiate in seno alla Chiesa cattolica in questi quindici ultimi anni" ma sottolineano che le due imputazioni mostrano che "gli abusi di bambini in seno alla chiesa non sono svaniti".

Malgrado le riforme istituzionali, "gli alti responsabili della Chiesa hanno evitato le loro responsabilità", si legge ancora nel rapporto. Vescovi e cardinali "sono stati protetti". "Molti di quelli citati nel rapporti sono stati promossi", affermano i giurati secondo cui "finchè ciò non cambia, pensiamo che sarà prematuro chiudere il capitolo degli abusi all'interno della Chiesa cattolica".
Il rapporto mette nel mirino, in particolare, l'arcivescovo di Washington, Donald Wuerl, che, secondo i documenti, ebbe un ruolo cruciale nel proteggere i preti colpevoli d abusi quando operava nella diocesi di Pittsburgh "Ho agito con diligenza - si è difeso quest'ultimo - preoccupato per coloro che sono ancora in vita e per prevenire altri abusi. Il rapporto è un memento per le gravi negligenze della Chiesa, che deve cercare il perdono".

I giudici della Pennsylvania hanno lavorato sul caso per ben due anni, ascoltando testimonianze e valutando ioltre 500.000 pagine di documenti di tutte le diocesi, tranne quelle di Philadelphia e Altoona-Johnstown, già indagate. Molte vittime hanno affermato di essere state drogate o plagiate, mentre altre raccontavano gli abusi alle proprie famiglie ma in cambio ricevevano rimproveri e, tavolta, perfino botte.



.
COSA TI PORTA IL 2018 ?


COSA TI PORTA IL 2018 ?

mercoledì 1 agosto 2018

Siti Internet e Blog Personalizzati

Siti Internet e Blog Personalizzati. Se vuoi Lavorare con Internet hai Bisogno di un Sito/Blog Contattami e Sarai On Line entro 24 ore. cipiri2008@hotmail.it

Cipiri: 
Siti Internet 
e
Blog Personalizzati

Siti Internet e Blog Personalizzati. Se vuoi Lavorare con Internet hai Bisogno di un Sito/Blog Contattami e Sarai On Line entro 24 ore. cipiri2008@hotmail.it
Se vuoi Lavorare con Internet hai Bisogno di un Sito/Blog
Contattami e Sarai On Line entro 24 ore.
cipiri2008@hotmail.it



Siti Internet e Blog Personalizzati. Se vuoi Lavorare con Internet hai Bisogno di un Sito/Blog Contattami e Sarai On Line entro 24 ore. cipiri2008@hotmail.it



Questo Sito è un Esempio
 con Pagine Responsive.


Questo Sito è un Esempio  con Pagine Responsive.

lunedì 25 giugno 2018

Caratteristiche tipiche di ogni persona Resiliente

Caratteristiche tipiche di ogni persona Resiliente


Sei una persona resiliente?
Se non ti lasci scoraggiare dalle difficoltà,
 se combatti ambiziosamente per il tuo progetto di vita a dispetto dei fallimenti e se abbracci la sconfitta come momento di crescita allora la risposta è, probabilmente, sì.

Ecco le caratteristiche nelle quali dovresti riconoscerti: sei resiliente se…

Controlli il tuo destino
Ossia sai che la vita è la tua, ed è il risultato non di quanto pianifichi o di quanto pensi ma delle decisioni prese giorno dopo giorno.

Accetti sempre la sfida
Non è necessariamente il risultato a contare ma il momento in cui spicchiamo il volo, o facciamo un grande salto con accortezza e coraggio, senza temerarietà.

Usi le avversità come bussola
Il fallimento guida la nostra vita: le occasioni mancate, ciò che ha preso la piega sbagliata e persino le nostre delusioni hanno fatto di noi ciò che siamo. Non dimentichiamolo.

Pratichi la pazienza
È un esercizio, imparare a non volere tutto e subito. Per tagliare i grandi traguardi occorre essere bene allenati e conoscere a memoria il percorso. Buttarsi va benissimo quando si tratta di mettere il primo passo, ma per andare avanti serve pianificazione e resistenza.

Lasci andare
Non ha senso restare aggrappati a quello che non c’è (più), perché guardare indietro impedisce di guardare quanto si staglia davanti ai nostri occhi.

Vivi nel momento
Chiamala mindfulness o capacità di esistere nel presente, sta di fatto che senza la necessaria serenità quotidiana difficilmente è possibile trarre la vitalità necessaria al perseguire i propri obiettivi.

Sviluppi la flessibilità
Siamo tutti, in qualche misura, abitudinari; ma senza il coraggio di vivere un’avventura o mettersi in gioco fuori dalla propria zona di comfort non ce la faremo. Poco ma garantito.

Cerchi i compagni di viaggio giusti
Perdonare è importante, perché ci consente di crescere assieme a chi amiamo e superare gli sbagli. Altrettanto importante è sapere quando è il momento di mettere dei paletti e dire di “no” a chi richiede da noi ciò che non vogliamo offrire.

Non ti fermi
Se mentre hai raggiunto la tua meta stai già pensando al prossimo passo da intraprendere,
 sai davvero cos’è la resilienza.


.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



giovedì 21 giugno 2018

Dare ai vostri figli uno smartphone è come dar loro della Cocaina


Dare ai vostri figli uno smartphone è come dar loro della cocaina

I bambini di oggi sono sempre più abituati all’uso della tecnologia. 
È sotto gli occhi di tutti il fatto che i più piccoli siano davvero capaci 
di utilizzare dispositivi come smartphone o tablet con grande dimestichezza
 dal momento che iniziano ad utilizzarli quando sono ancora piccolissimi.

Dare ai vostri figli uno smartphone è come dar loro della cocaina

Non è difficile, infatti, vedere in giro per la nostra città, all’interno di locali pubblici e non, bambini di tutte le età che giocano con smartphone e tablet dove scaricano applicazioni di vario tipo degli consentono di intrattenersi.

L’uso prolungato dispositivi elettronici come questi, però, è considerato nocivo non soltanto da specialisti medici del settore ma anche da molti educatori, che non ritengono questo il modo più appropriato per intrattenere i propri figli.

In particolare Mandy Saligari, una psicologa esperta di dipendenze e relazioni familiari, ha recentemente spiegato al The Indipendent quanto dare ai nostri figli uno smartphone equivalga a dar loro “1 g di cocaina”.

Dare ai vostri figli uno smartphone è come dar loro della cocaina

La dottoressa Saligari si trova a capo della clinica di riabilitazione Harley Street Charter di cui fanno parte ragazzi tra i 16 ed i 20 anni ma alcuni sono anche più giovani. In particolare secondo questa esperta, il rischio di creare dipendenza dando i nostri figli uno smartphone in età molto giovane è davvero altissimo.

Il problema è talmente importante, infatti, che pare che vicino Seattle sia stato aperto una struttura che offre assistenza proprio ai giovani che hanno sviluppato nel tempo una delle proprie dipendenza da Internet e videogame.

Si tratterebbe, quindi, di un aspetto molto importante della quotidianità a cui prestare grande attenzione perché può dar vita dipendenza pari a quelle delle droghe e dell’alcol.

Secondo l’esperta, infatti, dare lo smartphone o un tablet ai propri figli equivale a dar loro uno strumento che può creare dipendenza che nel corso del tempo può creare non pochi problemi di relazione con i coetanei e oltre che difficoltà di contatti con il mondo esterno reale.

Entrare in questa dipendenza è molto più semplice di quanto si potrebbe pensare e le conseguenze possono essere anche molto serie. Proprio per questo motivo secondo l’esperta importante fare attenzione a questo aspetto sin dai primi anni di vita dei nostri figli.

Bisogna quindi evitare un uso prolungato di questi dispositivi, incitando i propri figli a giocare con i coetanei ed iniziare delle relazioni con i bambini intorno a loro. Un argomento molto attuale sul quale gli esperti del settore si stanno interrogando a lungo in questi ultimi anni e che non può che destare l’attenzione anche di educatori e genitori.

Sempre più spesso, infatti, i genitori tendono a riempire la giornata dei propri figli utilizzando proprio dispositivi elettronici, che però specie di fronte alle affermazioni di questa esperta, appaiono come degli strumenti molto pericolosi a cui bisogna prestare grande attenzione.

L’unico modo per intrattenere i propri figli è stare un po’ di più con loro, parlare, giocare insieme e spronarli a giocare con i fratelli e con gli amici, fare attività fisica insieme e renderli partecipi nelle varie attività quotidiane. Un telefonino lo appagherà senza alcun dubbio ma un giorno potrebbero soffrire per la vostra assenza e, forse, sarà troppo tardi!

.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



martedì 22 maggio 2018

Legge 194


Giornaliste del Fatto hanno cercato di abortire, ecco cos’è successo

In occasione dei 40 anni dall'approvazione della legge 194 del 22 maggio 1978 pubblichiamo l'inchiesta uscita sul numero di marzo di Fq Millennium di Martina Castigliani, Silvia Bia, Claudia Campese, Tiziana Colluto, Anna Dazzan, Luisiana Gaita,
Angela Gennaro, Elisa Murgese, Giulia Zanfino.

In coda all’alba, in scantinati squallidi e freddi. Numeri di telefono che squillano a vuoto. Attese di
settimane. Medici che rifiutano certificati o indirizzano a cliniche private. La volontaria dell’associazione “pro vita” che ti parla di «omicidio».
 Mentre i consultori cattolici, in crescita, incassano fior di soldi pubblici, ma mettono in chiaro che fra le loro mura la legge sull’aborto non è in vigore.

Era il 22 maggio 1978 quando in Italia fu promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di
gravidanza, dopo un’aspra battaglia che spaccò in due il Paese. Quarant’anni dopo, le donne
incontrano ancora molti ostacoli e il loro diritto a scegliere è tutt’altro che garantito. Lo hanno verificato sul campo le giornaliste di Fq Millennium che si sono presentate in ospedali, consultori e farmacie di tutta Italia chiedendo di abortire o di avere la “pillola del giorno dopo” .

Il nodo è quello dell’obiezione di coscienza di medici e infermieri. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute, con dati del 2016, i ginecologi obiettori nelle strutture in cui si praticano interruzioni di gravidanza sono oltre il 70%, in lieve aumento sul 2015 (+0,4%). Le punte più alte toccano alle regioni del sud, spesso oltre l’80%, con il record del Molise, dove gli obiettori sono al 96,9%. Nell’Italia centrale si va oltre il 70%, a eccezione della Toscana, così come in Lombardia e Veneto, e oltre l’84% nella Provincia di Bolzano. Se a questo si aggiunge che solo in sei strutture con un reparto di ginecologia e ostetricia su dieci si praticano interruzioni volontarie di gravidanza (84.926 nel 2016, in calo del 3,1% rispetto al 2015), in molte regioni il diritto garantito dalla 194 è di fatto negato. Ci sono strutture dove l’obiezione è totale e altre ridotte a catena di montaggio dell’aborto, con singoli operatori che arrivano a praticarne 400 all’anno.

Nel 2016 il Consiglio d’Europa, su ricorso della Cgil, ha richiamato l’Italia sia per le difficoltà di
applicazione della legge sia per la «discriminazione» nei confronti del personale sanitario non obiettore. L’anno dopo ha fatto lo stesso il comitato dei diritti umani dell’Onu, sottolineando come questi ostacoli portino a un aumento degli aborti clandestini. Con i suoi rischi e le sue tragedie. È la stessa legge 194, del resto, a imporre che «l’espletamento delle procedure» e «l’effettuazione degli interventi richiesti» debbano essere garantiti, ma nella realtà le cose vanno molto diversamente, come leggerete nella pagine che seguono.

Ci sono donne costrette a “emigrare” perché nella provincia di residenza i tempi di attesa sono troppo lunghi, altre non vengono informate adeguatamente sui loro diritti, altre ancora vengono invitate a
rivolgersi ai centri privati. Il tempo si accumula e in molti casi diventa impossibile evitare l’intervento utilizzando la pillola abortiva Ru-486.

E in futuro? «I non obiettori hanno in media 50-60 anni», racconta un medico che abbiamo incontrato a Palermo, mentre gli specializzandi di ginecologia hanno pochissime occasioni di fare pratica. Così «nel giro di dieci anni, la legge 194 potrebbe diventare inapplicabile».

LOMBARDIA, BOOM DEI CONSULTORI RELIGIOSI
Alle 7,30 del mattino alla clinica Mangiagalli di Milano sono già una decina, strette in fila per chiedere di abortire. Non tutte sono accettate. «Oggi ne hanno mandate a casa quattro», conferma una donna mentre aspetta il suo turno. «In base a quante sono in coda, qualche volta si è accettate e altre no – conferma Daniela Fantini, presidente del consultorio Cemp – Devi mettere in conto attese lunghe e imprevedibili». Anch’io vengo respinta, nonostante arrivi pochi minuti dopo l’apertura dell’ambulatorio. Capisco il meccanismo appena un’infermiera mi dedica qualche minuto. Mi dà una lista degli ospedali di Milano, e accanto un numero. «Mangiagalli, max 6», «Buzzi, max 16», «Sacco, max 10». Come alle altre ragazze mandate a casa, non mi resta che provare in un altro ospedale, o sperare di essere la prima il giorno successivo. «Settimana scorsa sono arrivata alle 6.30, per essere sicura di avere il posto, ed ero già la seconda», racconta una ragazza che attende vicino a me.

Mentre sono in fila nell’ospedale pubblico più noto a Milano per la maternità, una voce mi chiede se sono convinta della mia scelta. «Dopo sarà tremendo, ti sentirai come se avessi commesso un delitto,
una cosa gravissima per la tua anima». La signora – senza identificarsi – mi racconta che anche lei ha abortito, e da allora non riesce a smettere di pensare «all’omicidio» che ha commesso. Vengo così
condotta al terzo piano, dove scopro che ha sede il Centro di aiuto alla vita. Mi colpisce quanto sia
confortevole rispetto alla scala H dove aspettano le donne che vogliono interrompere la gravidanza: un locale ben riscaldato con divanetti il primo, un corridoio stretto con sedie non sufficienti e un freddino che obbliga a tenersi la giacca il secondo. «Non importa se tu vai d’accordo con il tuo uomo o no», continua la donna, «se solo i tuoi genitori ti supportassero potresti farcela», aggiunge una volontaria. La scala H, conclude la signora che mi ha approcciato, «la chiamo “il macello”, perché molte lo prendono come metodo anticoncezionale». Così, dopo qualche ora esco dalla clinica, ben istruita sulle mie colpe morali e con un elenco di ospedali dove provare ad andare il giorno dopo.

«Il problema è che in Lombardia non esiste un numero verde o una pagina web istituzionale che dia
informazioni chiare su quale ospedale scegliere, che documenti portare, a che ora presentarti»,
commenta Eleonora Cirant, ricercatrice indipendente che lavora per i Consultori privati laici di Milano. «Un tempo il punto di riferimento erano i consultori, ma oggi con la diffusione dei centri religiosi è tutto diverso». I consultori confessionali lievitano in tutta la regione, con un aumento del 16% dal 2012 al 2017. Con impatto anche sulle tasche dei cittadini, visto che Regione Lombardia rimborsa comunque le visite, ma con somme più alte per incontri psicologici, educativi o di gruppo (normalmente svolti nei centri religiosi) e più bassi per le visite ostetriche o ginecologiche (cuore dei consultori pubblici). Risultato, in posti dove la 194 è come se non esistesse, gli assegni del Pirellone arrivano con più zeri. A Milano ci sono 18 consultori legati alle Ast e 15 accreditati. Di questi ultimi, tre sono laici mentre 12 fanno capo a istituzioni religiose. In sintesi, in uno su tre contraccezione e aborto sono tabù. In uno di questi, il Consultorio familiare Kolbe, la mia volontà di interrompere la gravidanza viene del tutto ignorata. L’operatrice inizia a elencarmi i privilegi economici di cui godrei se decidessi di tenere il bambino. «Bonus famiglia, pacco alimenti, pannolini e vestiti gratis fino al primo anno di vita». Rinnovo la mia richiesta ed ecco che la diligente interlocutrice mi propone di fissare un colloquio con un assistente sociale mentre l’attesa per una visita con una ginecologa sarebbe stata di tre settimane. Alla fine, solo un consiglio: «Se vuole, le do il numero di un altro consultorio. Loro non sono religiosi, forse possono aiutarla».

Ostacoli e complicazioni aumentano per le donne straniere, che spesso incappano nei consultori
religiosi del tutto inconsapevolmente. «Gli ospedali spesso chiudono loro la porta in faccia, così si
procurano l’aborto con farmaci che possono ridurle in fin di vita», racconta Tiziana Bianchini della
Cooperativa lotta contro l’emarginazione. Molte nigeriane vittime di tratta e costrette a prostituirsi in
strada «raccontano di essere state rimandate a casa». Ma accade anche a richiedenti asilo
regolarmente soggiornanti in Italia. A loro non resta che provare i consultori, ma nello slalom tra religiosi e obiettori «i giorni passano e si può arrivare al superamento del termine di tre mesi». Un meccanismo che incrementa gli aborti clandestini. «Non dobbiamo pensare che chi non riesce a interrompere una gravidanza negli ospedali pubblici terrà il bambino. Semplicemente, abortirà in modo illegale, pagando molti soldi o mettendo a rischio la sua vita», chiarisce Bianchini. Per esempio con il Cytotec, un farmaco per prevenire le ulcere gastriche. Compressa dopo compressa, «essendo un anticoagulante provoca emorragie violentissime, tanto che molte donne che lo hanno assunto a scopo abortivo sono finite in ospedale, diverse in pericolo di vita. L’aborto è un diritto – chiude Bianchini – nessuna donna dovrebbe rischiare la vita per farlo».

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, rispondendo a un’interrogazione del 2017, ha affermato che, secondo le stime, ogni anno dalle 12 alle 15 mila donne italiane e dalle 3 alle 5 mila straniere abortiscono clandestinamente, in cliniche o studi medici fuorilegge.

ROMA, APPUNTAMENTO TRA VENTI GIORNI
A Roma sono le 6 del mattino. All’ingresso del San Camillo non c’è l’indicazione per le interruzioni di gravidanza. Il vialetto che porta alla palazzina di ginecologia è buio e deserto. Sui muri, le scritte dei futuri papà: «Gianrobertino ti stiamo aspettando». A metà della salita esterna, una freccia verso il basso indica un sottoscala nascosto: due rampe, un cortiletto transennato, il rumore degli impianti dell’ospedale. È qui che fanno gli aborti. E qui le donne si mettono in fila dalle 4 del mattino. Ma non c’è nessuno: nella notte ha diluviato e a Roma, quando piove, tutto si ferma. Risalgo verso il bar per un caffè. Quando torno, ci sono quattro donne davanti alla porta chiusa.

Una di loro chatta. Spio: con la ginecologa e con qualcuno chiamato «Amore». Penso che «Amore»
poteva pure stare qui al freddo e tra le pozzanghere. «Aprono la cartella clinica. Poi ti mandano
all’ecografia e dalla psicologa. È rapidissima: solo per essere certa che tu sia consapevole di eventuali dolori dopo», spiega una ragazza. Se c’è posto risolvi in giornata, «altrimenti ti danno appuntamento il prima possibile». Il reparto apre alle 8. Prendono le prime dieci, quindici persone fino alle 8.30. La fila, ora, arriva fino al mondo di sopra: una ventina di donne, uomini accompagnanti tre. Un’infermiera rassegnata apre la porta. Ogni donna riceve un cartellino con numero. «6 arancione!». Certificato, documento. «Figli? Aborti?». «È propensa all’Ru (la pillola abortiva, ndr)?», chiede un’infermiera con dolcezza. «Mai sofferto d’asma? Problemi di coagulazione, epilessia? Cardiocircolatori?». Segna Ru a matita sulla cartella.
«Allora intanto lo scrivo qui che la preferirebbe».

Il San Camillo è l’unico ospedale della Capitale dove ci si presenta direttamente. Negli altri, la trafila
prevede prima il passaggio dal consultorio, anche se già fornite di certificato medico. Molti numeri, di ospedali e consultori, squillano a vuoto. Per altri, scatta il fax. «Venga qui così fa la visita e parla con l’assistente sociale», mi dice finalmente un consultorio di Roma Nord. «Ho già il certificato del mio ginecologo», obietto. «Non importa: lei viene e parla con l’assistente sociale. Poi sarà lui a prenderle un appuntamento». «E quanto ci vuole poi per l’ospedale?». «È in zona? Il primo appuntamento possibile al San Filippo Neri sarà tra una ventina di giorni». «Ma io sono alla sesta settimana, scadono i tempi per il farmacologico». «Vedranno loro se rientra per l’Ru oppure se farà il chirurgico. Altrimenti vada al San Camillo». Analoghe risposte mi vengono date da consultori di altre zone. Nel 2017 al San Camillo sono state effettuate 843 interruzioni di gravidanza farmacologiche, 1323 chirurgiche e 179 aborti terapeutici. Qui arrivano donne da Molise, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria, Abruzzo. E dal resto del Lazio: se nella Capitale abortire resta un percorso ad ostacoli, nel resto delle province «la situazione è drammatica», racconta Giovanna Scassellati, che dirige il reparto da vent’anni. A Rieti e Viterbo «fanno 5 interruzioni volontarie a settimana e l’Ru-486 è praticamente inesistente. A Velletri il vescovo dice che lì gli aborti non si fanno». Dal 2012 al 2017 hanno chiuso i servizi di Monterotondo,
Palestrina, Genzano. Per la Regione il servizio è «adeguato», ma non la pensa così Non una di meno,
che proprio il 22 maggio scenderà in piazza a protestare.

Anche i farmacisti obiettano, peccato che per loro la 194 non preveda questa opzione. L’articolo 9 la
limita al «personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie». «Qui EllaOne non la trova», dicono alla farmacia di Fiumicino, mentre una Madonna con bambino ci guarda. Il titolare, Pietro Uroda, presidente Farmacisti cattolici, «non vuole». Ma è legale? «Sono d’accordo con lei», mi viene risposto con un’alzata di spalle.

L’obiezione negli ospedali non è solo di coscienza, ma anche economica, spiega Andrea Filippi,
segretario nazionale della Fp Cgil Medici. Se in un reparto c’è un solo non obiettore, «passerà il suo
tempo a fare aborti e non potrà occuparsi di altro o fare carriera». «E verrà isolato», aggiunge Lisa
Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di Donna. Nella maggior parte degli ospedali di Roma, il primariato di ginecologia è affidato a medici provenienti da strutture del Vaticano o dell’Opus Dei. Per l’aborto oltre i 90 giorni «la situazione è drammatica, a causa dei tanti servizi in mano a strutture religiose come il Gemelli e il Bambino Gesù», spiega Canitano. Strutture dove l’interruzione di gravidanza non è naturalmente contemplata, neppure entro i tre mesi. Quando telefono al Gemelli, ecco la risposta dell’infermiera. «Qui sono tutti obiettori, è inutile che venga. Non ne facciamo proprio». Il primario Pino Noia, presidente dei medici cattolici, definisce gli aborti terapeutici «eugenetici». Richiamarsi alla legge, per lui, è «asettico»: «Se vediamo solo il dato giuridico, 150 anni fa un negro in America non poteva entrare in chiesa», esemplifica a Fq Millennium.Nel frattempo, il laico Policlinico Umberto I ha visto ridursi pesantemente l’attività dello storico «repartino» Ivg, che negli anni Settanta fu occupato per alcuni mesi da un collettivo femminista. Chiuso per un periodo quando l’ultimo medico non obiettore è andato in pensione, ha poi riaperto, ma con attività ridotta: 235 le interruzioni nel 2017, 42 le Ru. «È un policlinico universitario, l’unico a Roma con repartino Ivg: gli altri due non ce l’hanno neppure», dice Serena Fredda di Non una di meno. «Questo è un problema per le prossime generazioni di medici».

EMILIA, “LASCIATA SOLA CON DOLORI LANCINANTI”
Con il 48% di obiettori, l’Emilia Romagna è un’isola virtuosa, tanto che “ospita” donne provenienti dal sud della Lombardia. Ma basta addentrarsi nel reparto ginecologia di un importante ospedale per
imbattersi nella storia di Francesca: lasciata quasi cinque ore in una sala d’attesa, circondata da donne con il pancione, mentre la pillola abortiva faceva il effetto e veniva scossa da dolori lancinanti, racconta a Fq Millennium. Qualche anno fa si è sottoposta all’aborto farmacologico per accelerare i tempi, dopo che in un’altra struttura le avevano fissato l’intervento chirurgico a distanza di oltre venti giorni. «È già una decisione difficile, aspettare è psicologicamente massacrante, perché ogni giorno che passa ti rendi conto di quello che sta succedendo». Così arriva il momento. «Avevo perdite abbondanti, un grande dolore – continua Francesca – e nessuno tra il personale presente in tutto quel tempo mi ha chiesto se avessi bisogno di qualcosa, di un bicchiere d’acqua, un assorbente, un antidolorifico. Sono stata trattata peggio di un animale».

Non sono poche le donne che raccontano di essersi sentite «giudicate, trattate con scarsa umanità e
soprattutto non informate a sufficienza, soprattutto sulla tempistica» spiega Benedetta Ziliani di Non una di meno Piacenza. «C’è chi, aspettando i sette giorni standard dalla visita, ha scoperto che non poteva più prendere la pillola, ma doveva per forza sottoporsi all’intervento». (sb)

CALABRIA, LA CLINICA SOSPESA
È il 7 febbraio quando varco la soglia dell’Annunziata, che troneggia nella parte alta di Cosenza e
imbocco uno dei tanti corridoi che si snodano nel suo ventre. Al reparto di Ginecologia mi indicano i
Servizi sociali. Finalmente arrivo in un corridoio spoglio, dove faccio la fila con una ragazza asiatica. «L’intervento è a Rogliano, a dieci chilometri da qui, e dopo non si può guidare. Io non so come fare a tornare a Cosenza», si lamenta. Arriva il mio turno. Ad accogliermi una signora in camice bianco. Mi avverte che devo decidere in fretta. «Stiamo già prenotando per marzo. Se ti sbrighi e decidi ora, ti prenotiamo in quei giorni. Dopo non lo so». Insisto per capire la ragione di quei tempi d’attesa, alla fine l’assistente sociale cede: «I medici ci sono, ma sono tutti obiettori!».

Fino a poco tempo fa ci si poteva rivolgere alla casa di cura Sacro Cuore, del gruppo imprenditoriale
iGreco, controllato dalla famiglia Greco. L’assistente sociale spiega che la struttura privata è
convenzionata con accredito regionale, «ma da qualche giorno non operano più». Decido di andarci.
Nella lussuosa sala d’attesa la scritta «iGreco» campeggia sulla parete bianca, e dietro i vetri tirati a
lucido alcune signore rispondono al telefono. «Purtroppo siamo fermi», mi dicono. «Per cose di Regione e Asp. C’è la possibilità che si riprenda, così come c’è la possibilità che non si riprenda». Lo stop è arrivato in seguito all’esposto presentato in Procura della parlamentare M5S Dalila Nesci, secondo la quale la clinica non è mai stata accreditata dalla Regione Calabria per praticare interruzioni di gravidanza. L’amministratore unico del gruppo Saverio Greco sventola «un’autorizzazione ministeriale», che però secondo l’esposto non sarebbe sufficiente a legittimare il servizio. «Abbiamo dovuto respingere donne che sono arrivate troppo tardi a causa della difficoltà di trovare strutture», aggiunge.

Morale: in caso di necessità, in meno di un mese a Cosenza e dintorni non si può abortire.
Provo più a Sud, all’ospedale di Lamezia Terme. Dove la dottoressa Lia Ermio mi catapulta in uno
scenario inatteso. Perché ancora oggi, come quarant’anni fa, il personale medico deve sanare
situazioni estreme, come i fai da te che mettono in serio pericolo di vita. Se non si ha la fortuna di
trovare una struttura disponibile, c’è Internet dove si acquistano facilmente pillole che dovrebbero
essere assunte con un medico a fianco. Delle 250 interruzioni di gravidanza l’anno, a Lamezia il 10%
riguarda interventi su aborti fatti in casa.

Secondo il ministero della Salute, su 15 strutture ospedaliere, in Calabria, solo sette praticano
l’interruzione di gravidanza, e all’ospedale di Lamezia su 12 medici solo due non sono obiettori. «È un lavoro con un rischio chirurgico e anestesiologico», chiosa la Ermio.
«Se si può evitare, perché farlo?».

MOLISE, SOLO UN MEDICO NON FA OBIEZIONE
L’obiezione crea paradossi, come in Molise, dove solo un ginecologo pratica l’interruzione di gravidanza e gli altri 31 si astengono. Si chiama Michele Mariano, opera al Cardarelli di Campobasso e dirige il Centro regionale per la procreazione responsabile. Del suo caso hanno parlato anche giornali e tv, un anno fa, ma da allora nulla è cambiato. «Continuo a essere l’unico – racconta a Fq Millennium – e non solo per le donne del Molise, ma anche per quelle che arrivano da regioni vicine, come la Campania, l’Abruzzo, la Puglia». Mariano cerca di non mandare via nessuno perché crede nella 194. «Forse se non è cambiato nulla – ironizza – è anche un po’ colpa mia che continuo a occuparmi di circa 400 interruzioni all’anno da solo». In che modo? «Facendo vacanze brevi, di tre o quattro giorni, al massimo una settimana. E cercando di non far superare alle pazienti i termini di legge». Fosse per lui «l’obiezione di coscienza andrebbe abolita per chi si specializza in ginecologia. Se hai una certa convinzione devi pensarci prima».

In Campania, i dati del ministero sono fermi al 2013: l’obiezione tocca l’81% dei ginecologi, il 65% degli anestesisti, quasi il 73% del personale non medico. E solo qui, oltre che nella provincia autonomia di Bolzano, praticano l’interruzione volontaria di gravidanza meno del 30% delle strutture. Secondo la Regione, al Cardarelli di Napoli gli obiettori sono 10 su 12 ginecologi, al Loreto Mare sono 12 su 15. Al Rummo di Benevento, circa un anno fa l’unico medico non obiettore è andato in pensione e il servizio è stato sospeso per un periodo. L’isola felice è il Moscati di Avellino, dove ci sono sei non obiettori su 14.

Qui è possibile sia fare l’interruzione entro i primi 90 giorni sia oltre, ossia l’aborto terapeutico. «Anche in Campania si incontrano difficoltà – spiega la ginecologa Carla Ciccone – soprattutto per l’interruzione dopo i 90 giorni, per malformazioni del feto». Quest’ultimo è un intervento più complesso, «con la somministrazione della Ru486 e il ricovero per l’intervento di raschiamento». Ad Avellino arrivano anche da altre regioni e per garantire alle pazienti questo diritto Carla Ciccone ha deciso di rimanere nonostante abbia raggiunto ormai i quarant’anni di servizio.

Mentre qualcun altro fa il doppio gioco: il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli
ricorda casi di «medici radiati dall’Ordine perché obiettori nel pubblico, ma che poi praticavano aborti anche clandestini in particolare a minorenni, a straniere e a prostitute». Solo raramente queste storie vengono alla luce. A Castel Volturno (Caserta), nell’ottobre 2017 è stato arrestato Friday Ewunoragbon, 51enne nigeriano, che per l’interruzione chiedeva 300-350 euro, e fino a 2.500 per quelle inoltrate, anche fino al quinto mese. Tra le clienti di “Doctor Friday”, prostitute nigeriane vittime di tratta provenienti da tutta Italia.

SICILIA, TUTTE A PETRALIA SOTTANA
L’obiezione crea involontarie Mecche dell’aborto. Come Petralia Sottana, nel palermitano, tremila
abitanti e strade spesso impraticabili a mille metri sul livello del mare. Non esattamente un luogo di
passaggio. Eppure, ogni anno, il suo piccolo ospedale è meta di almeno 300 donne che intendono
interrompere una gravidanza, spesso provenienti dalla parte opposta dell’isola o da Palermo, dove la
quota di obiezione è in linea con l’85% regionale (90% a Catania).

A Petralia, i ginecologi sono cinque, compreso il primario, fino all’anno scorso Roberto Ardizzone, unico non obiettore del reparto, oggi in pensione. Al suo posto, l’azienda ha assunto un nuovo collega con un’apposita postilla di non obiezione. «Io ho sempre fatto interruzioni di gravidanza, dal 1979 – racconta – La mia media era di dieci alla settimana». Quasi tutte chirurgiche, considerato che nel paesino sulle Madonie le donne arrivano spesso al limite del tempo, dopo aver girato vari ospedali.

Una situazione oggi tamponata dall’introduzione all’ospedale Cervello di Palermo dell’interruzione
farmacologica, «che permette di snellire le liste di attesa», spiega Francesco Gentile, tra i due non
obiettori sui 23 ginecologi del reparto. La questione, conclude amaro, potrebbe essere presto superata: «I non obiettori hanno in media 50-60 anni e agli specializzandi queste tecniche non vengono proprio insegnate. Nel giro di dieci anni, la legge 194 potrebbe diventare inapplicabile».

L’obiezione, fra l’altro, non sempre ha a che vedere con motivi etici. «Il vero problema sono i soldi. Per molti non è conveniente assumersi il rischio di un’operazione in più se si viene pagati comunque allo stesso modo – riassume Ardizzone – Gli obiettori dovrebbero prestare un servizio alternativo per la collettività, nei consultori o a fare prevenzione nelle scuole».

SALENTO: BANDO RISERVATO AI NON OBIETTORI
La ginecologa non c’è. Ma le infermiere, tutte signore di mezza età, sono premurose:
 «Appuntamento a domani, vediamo di fare in fretta.
Sa com’è, più tempo passa e più diventa difficile per tutti, anche
psicologicamente».
Nel consultorio centrale di Lecce mi presento come una donna alla sesta settimana.

È troppo tardi per l’aborto farmacologico: bisogna sottoporsi a visita ginecologica, poi prenotare in
reparto, poi attendere altri sette giorni, «perché ci potrebbe essere un ripensamento». «Vai a Brindisi», mi suggerisce una ragazza in attesa, 24 anni e una pancia che cresce: «Lì fanno prima, in clinica privata. Io ho risolto così lo scorso anno». Chiamo a Brindisi. E ha ragione lei: in dieci giorni
l’operazione è già fissata, una settimana in meno rispetto a Lecce.

In provincia, avere informazioni è più difficile: il telefono squilla a vuoto di martedì pomeriggio, giornata di apertura, nei consultori di Poggiardo, Maglie e Copertino. A Scorrano, chiamo direttamente in Ginecologia, in ospedale. Risponde un’ostetrica: «Sono obiettrice e qui quella pratica non la facciamo, ma provi a telefonare dopo le 21, perché è di turno un medico che è stato “in mezzo a queste cose” e sa aiutarla».

Nel Salento, la seconda fase è più complicata della prima: l’interruzione della gravidanza è possibile
solo in due ospedali pubblici su sei, sebbene per legge tutti, in day service, dovrebbero garantire il
servizio. Lo scorso anno, i medici non obiettori erano appena tre e la Asl ha dovuto indire un bando riservato solo a loro, prevedendo l’automatico licenziamento di chi dovesse cambiare idea. Oggi sono sei, il 10%. Quattro operano a Lecce, dove il ritmo è pari a circa mille aborti l’anno e i tempi di attesa sono di 15 giorni; gli altri a Gallipoli e Scorrano, dove però mancano ostetriche e anestesisti non obiettori. Così i due sono costretti ad alternarsi il sabato, in day service,
nell’altro unico ospedale disponibile, Casarano.

NEL NORDEST 23 NO PRIMA DI ABORTIRE
Ha dovuto rivolgersi a ben 23 strutture tra Veneto e Friuli Venezia Giulia prima di poter abortire – grazie all’intervento della Cgil – proprio allo scadere dei novanta giorni, avendo scoperto la gravidanza al secondo mese ed essendosi imbattuta in lunghe liste d’attesa. Il caso è del 2016, ma la causa non è cambiata: nell’efficiente Veneto, ci sono picchi di obiezione al 100%,
come ad Adria e nell’Est veronese.

«L’obiezione aveva senso quando è stata fatta la legge – denuncia Mario Puiatti, presidente nazionale
dell’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica) e responsabile delle strutture di Udine e Pordenone – Oggi, invece, chi non è d’accordo semplicemente non deve fare la specializzazione in
ginecologia». Lui è un pioniere, che prima dell’approvazione della 194 praticava già l’intervento
«inviando una lettera di avviso alla Procura della repubblica. Non si poteva fare, eppure nessuno è mai venuto a controllare». Nel Nordest, continua, «il punto di debolezza è il tempo: gli ospedali, per
esempio, vogliono le ecografie anche se non sono obbligatorie. La condizione psicologica delle donne viene completamente sottovalutata».

I diritti, conclude, «non piovono dal cielo, bisogna conquistarseli, se serve anche con la disobbedienza civile e poi lottare per mantenerli».






.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



venerdì 18 maggio 2018

Staminali sono il Viagra contro Impotenza



 Gli scienziati del Centro danese per la medicina rigenerativa ritengono di aver messo a punto un nuovo trattamento contro la disfunzione erettile a base di queste cellule: un'iniezione alla base del pene sembra in grado di rinvigorire i nervi e i vasi sanguigni dell'organo sessuale, rendendolo anche più grande, risultato che i farmaci non hanno mai raggiunto finora.

La stampa britannica riporta che la ricerca, di cui si saprà di più in occasione del congresso della Società europea per la riproduzione umana e l'embriologia (Eshre) a Barcellona nel mese di luglio, è stata finora indirizzata solo a uomini che hanno avuto la rimozione della ghiandola prostatica a causa del cancro. Una condizione che può causare la degenerazione dei nervi e dei vasi sanguigni nel pene, facendolo restringere e perdere la sua funzione sessuale.

Soren Sheikh, direttore della struttura scandinava, ha detto che i pazienti hanno riconquistato le capacità di erezione per più di un anno, ma saranno necessari studi più ampi per garantire la sicurezza e l'efficacia anche più a lungo termine del nuovo trattamento.

leggi anche

Fake News su Sesso e Fertilità
Il ciclismo non causa problemi di erezione e infiammazione alla prostata",
sentenziano gli esperti. "La buona notizia per gli amanti delle due ruote ...
http://cipiri8.blogspot.it/2018/05/sesso-fertilita-e-fake-news.html




.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



giovedì 17 maggio 2018

Sesso e Fertilità



Fare tanto sesso non causa il cancro alla prostata, nemmeno se le partner sono diverse da quella 'ufficiale'; il testosterone non fa male al cuore; andare in bicicletta non aumenta le probabilità di 'flop' a letto. Anche sulla salute sessuale e la fertilità dell'uomo circolano fake news, falsi miti o informazioni non confermate che gli esperti della Società italiana di andrologia ci tengono a 'smontare'. Perché "ancora pochi uomini si rivolgono all'andrologo e troppi si affidano invece al web e al passaparola - segnalano dal 42esimo Congresso nazionale Sia di Roma il presidente della società scientifica, Alessandro Palmieri, e quello del meeting, Giuseppe La Pera - con il rischio di imbattersi in notizie non provenienti da fonti scientificamente qualificate".

Un problema non da poco, sottolinea Palmieri, considerando per esempio che i problemi di fertilità riguardano "secondo i dati del ministero della Salute il 20% delle coppie. Una su 5 ha difficoltà a procreare per vie naturali, percentuale raddoppiata rispetto a 20 anni fa e non solo per motivi legati all'età: diversamente da quanto si crede, nella metà dei casi le cause sono da ricercare nell'uomo". La Pera osserva come sesso e fertilità siano "argomenti molto delicati su cui è facile avere informazioni che non corrispondono a verità. A differenza di quanto fanno le donne con il ginecologo, ancora troppi pochi uomini vanno regolarmente dall'uro-andrologo, medico specialista della salute sessuale maschile. Le notizie che hanno in materia sono spesso frutto del 'sentito dire' o lette online su blog e forum, dove il rischio di informazioni scorrette è sempre dietro l'angolo".

Cinque, in particolare, i punti sui quali la Sia vuole fare chiarezza: oltre ai presunti pericoli di una sessualità 'esuberante', delle terapie al testosterone e della passione per il ciclismo, gli esperti affrontano anche gli effetti di vitamine e omega 3 ("possono favorire la fertilità maschile", ma va confermato) e di certe sostanze inquinanti "nemiche dell'equilibrio ormonale".

RAPPORTI SESSUALI - "Avere molti rapporti sembra essere un fattore protettivo per il cancro alla prostata, anche se mancano studi che lo dimostrino in modo definitivo", spiegano gli esperti. "Si è ipotizzato - ricorda Eugenio Ventimiglia, membro della Commissione scientifica Sia - che eiaculare poco frequentemente possa essere associato al tumore prostatico perché favorisce l'accumulo di fluidi che possono contenere sostanze cancerogeniche", e "uno studio pubblicato anni fa su 'Jama' ha evidenziato che 4-7 eiaculazioni al mese riducono del 20-30% il rischio di neoplasia alla prostata". L'impianto della ricerca non permette di confermarlo con certezza, ma l'indicazione c'è. "Altri lavori hanno invece dimostrato che avere tante partner può facilitare le infezioni, le quali a loro volta potrebbero promuovere lo stato infiammatorio della prostata e di conseguenza il tumore". Ma "in merito a questa seconda ipotesi, ci sono stati pochi studi e non solidi - rassicura lo specialista - Nell'uomo, in realtà, nessuno ha mai dimostrato che infiammazioni ripetute promuovano il tumore".

TESTOSTERONE - "Le terapie ormonali a base di testosterone non aumentano il rischio di infarto. E' vero piuttosto il contrario", tranquillizza la Sia: "Chi ha il testosterone basso ha un maggior rischio di infarti e ictus, quindi assumerlo in questi casi aiuta a prevenirli - dice Fabrizio Scroppo, membro del Consiglio direttivo della società scientifica - Al contrario, assumerlo solo per aumentare i muscoli può mettere a rischio la fertilità". Secondo l'esperto, "dati di letteratura consolidati dimostrano ormai con certezza che la terapia del testosterone, se seguita per riequilibrare gli ormoni, ha mediamente un effetto positivo perché riduce i fattori di rischio per le malattie cardiovascolari", agendo ad esempio su indice di massa corporea, obesità viscerale, glicemia e colesterolo.

INQUINAMENTO - "Molte sostanze inquinanti funzionano da interferenti endocrini, cioè modificano l'equilibrio ormonale e la fertilità", confermano gli specialisti. "La concentrazione di spermatozoi nel liquido seminale maschile ha subito un decremento di oltre il 50% nel mondo occidentale dal 1973 al 2011 - fa notare Scroppo - Numerosi studi documentano come l'esposizione cronica agli interferenti endocrini, anche in piccola quantità, sia potenzialmente responsabile, soprattutto in alcune fasce di età, quali il periodo di sviluppo fetale e la pubertà, di alterazioni dell'apparato riproduttivo maschile". Nel mirino ci sono soprattutto il bisfenolo A contenuto nella plastica e i pesticidi.

ANTIOSSIDANTI - "Gli antiossidanti come vitamine e omega 3 possono favorire la fertilità maschile. Vero", ma per la Sia "è un tema da approfondire". Scroppo cita "revisioni di letteratura scientifica" secondo cui "gli antiossidanti possono essere un'opzione terapeutica per l'infertilità maschile non idiopatica, ovvero non dovuta a patologie andrologiche note come i tumori del testicolo. Se somministrati sotto controllo di uno specialista, il loro impiego in maschi poco fertili può migliorare i risultati anche nel caso di utilizzo di tecniche di fertilizzazione in vitro. Sono necessari però ancora studi in grado di verificare la superiorità di un antiossidante su un altro".

BICICLETTA - "Il ciclismo non causa problemi di erezione e infiammazione alla prostata", sentenziano gli esperti. "La buona notizia per gli amanti delle due ruote - conclude Scroppo - arriva da un lavoro pubblicato a marzo sul 'Journal of Urology' e guidato ricercatori del Dipartimento di urologia dell'università della California di San Francisco. E' il più ampio studio comparativo condotto fino a oggi in materia, che ha preso in considerazione quasi 4 mila maschi - 2.774 ciclisti e due gruppi di controllo che non andavano in bici, cioè 539 nuotatori e 789 runner - per vedere se chi praticava ciclismo avesse più problemi nella funzione sessuale o urinari, come precedenti indagini avevano suggerito. La ricerca, data numerosità del campione, confuta i lavori precedenti: non è emersa nessuna differenza tra ciclisti e non ciclisti, neppure tra chi praticava questo sport ad alta intensità, ovvero oltre 3 volte a settimana per almeno 25 miglia al giorno (circa 40 km, ndr), e chi invece lo faceva solo come hobby. Addirittura, gli 'irriducibili' delle due ruote avevano una funzionalità erettile superiore a quella di chi pedalava meno".



.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



domenica 6 maggio 2018

Cellulari nel mirino dei Tumori al Cervello



L'incidenza dei tumori cerebrali maligni e aggressivi in ​​Inghilterra è più che raddoppiata negli ultimi 10 anni: il tasso di casi di glioblastoma è salito da 2,4 a 5 ogni 100.000 persone tra il 1995 e il 2015, secondo uno studio pubblicato sul 'Journal of Environmental and Public Health'. E se i dati analizzati nella ricerca riflettono solo le statistiche e non fanno luce sul perché queste tendenze potrebbero essersi verificate, i ricercatori indicano alcuni possibili fattori che potrebbero aver avuto un ruolo: fra questi, l'uso del telefono cellulare. Ma anche l'ingestione o l'inalazione di sostanze radioattive e l'inquinamento atmosferico dovuto al traffico.

L'indagine segnala i dati provenienti dall'Ufficio delle statistiche nazionali del Regno Unito: ci sono stati 81.135 casi diagnosticati di glioblastoma nel periodo considerato. Confrontando i casi registrati nel 2015 con quelli del 1995, i ricercatori hanno scoperto che ci sono stati in media 1.548 tumori aggressivi in più ogni anno.

"Lo studio in sé non riguarda i cellulari - ha precisato alla Cnn Alasdair Philips, autore principale dello studio e amministratore di Children with Cancer Uk -, ma queste neoplasie si manifestano principalmente nelle aree del lobo frontale e temporale, vicino all'orecchio e alla fronte", cosa che solleverebbe il sospetto nei confronti dei telefonini. Eppure, ha aggiunto, "dal momento che i tumori cerebrali sono molto rari, il sospetto non dovrebbe destare particolare allarme, perché anche se l'uso del cellulare aumentasse il rischio di tumore al cervello", cosa che la scienza non è ancora riuscita a dimostrare, "si tratterebbe di un rischio molto basso a livello individuale".



Vediamo le prove che collegano i cellulari al cancro.
Veniamo al primo studio. Il gigante delle telecomunicazioni T-Mobile in Germania ha commissionato uno studio indipendente  per esaminare tutte le ricerche pertinenti sui rischi per la salute dei dispositivi wireless. Secondo questa ricerca, molti studi avrebbero trovato una corrispondenza tra campi elettromagnetici ad alta frequenza e sviluppo e proliferazione del cancro.
L’Interphone Studyha rilevato che l’uso regolare di un telefono cellulare da parte degli adulti può aumentare significativamente il rischio di gliomi del 40%, con 1.640 ore o più di utilizzo (si tratta di una mezz’ora al giorno per dieci anni). Lo stesso studio ha rilevato che è molto più probabile che i tumori si verifichino sul lato della testa su cui si appoggia il cellulare con maggiore frequenza.

Una  rassegna di 23 studi epidemiologici condotta da 7 scienziati sul collegamento tra telefoni cellulari e il cancro ha confermato la presenza di un’associazione dannosa.
Un recente studio condotto dal Gruppo di Ricerca Hardell rileva “un modello coerente di aumento del rischio di glioma e neuroma acustico associato con l’uso di telefoni cellulari”. Questi risultati sono coerenti con i loro studi precedenti.
Un recente  studio francese ha  trovato prove di un aumento del rischio di glioma e tumori al lobo temporale, conseguenti a un uso professionale e urbano telefono cellulare.
Un recente studio condotto su 790mila donne di mezza età nel Regno Unito ha evidenziato che le donne che hanno utilizzato i cellulari per dieci o più anni avevano due volte e mezzo in più di probabilità di sviluppare un neuroma acustico. Il rischio aumenta con l’aumento del numero di anni di utilizzo dei telefoni cellulari.
Un documento di ricerca che recensisce 11 studi precedenti, ha trovato un legame tra il prolungato uso del telefono cellulare e lo sviluppo di una ipsilaterale (stesso lato della testa) tumore al cervello.
Un recente lavoro di  Hardell ha esaminato l’uso prolungato di telefoni cellulari e cordless. La conclusione è stata la conferma di un’associazione tra l’uso dei dispositivi e tumori cerebrali maligni. Questi risultati forniscono il supporto per l’ipotesi che i campi elettromagnetici RF-svolgono un ruolo sia nella iniziazione che nella promozione della carcinogenesi.
I cellulari, però, non causerebbero solo gliomi e tumori al cervello. La ghiandola pituitaria è un organo delle dimensioni di un pisello situata al centro della base del cervello che produce gli ormoni che svolgono un ruolo importante in regolano le funzioni vitali del corpo e il benessere generale. Questo  studio avrebbe riscontrato che il rischio di cancro della ghiandola pituitaria è due volte più elevato tra le donne che hanno utilizzato un telefono cellulare per meno di cinque anni rispetto a chi non lo usa.
La tiroide è situata nel collo. Utilizzando un telefono cellulare contro l’orecchio, si espone la tiroide a radiazioni. Un recente  studio israelianoha osservato che l’aumento dell’incidenza del cancro della tiroide in Israele, da più di un decennio, corrisponde all’aumento dell’uso di cellulari. Ci sarebbero prove di mutazioni nelle cellule della tiroide in risposta alle radiazioni elettromagnetiche.
Un altro studio israelianocondotto su 460 casi di tumori della ghiandola parotide, fino ad oggi benigni, ha suggerito un’associazione tra l’uso del telefono cellulare e i tumori della ghiandola parotide, la ghiandola salivare vicino alla guancia, dove molti utenti tengono il loro telefono cellulare.
Uno studio brasilianoha stabilito un legame diretto tra i vari decessi per cancro, come i tumori della prostata, della mammella, del polmone, reni e fegato e l’esposizione alle radiazioni emesse dai ripetitori di cellulari. Oltre l’81% delle persone che muoiono a Belo Horizonte a causa di specifici tipi di cancro vive a meno di 500 metri dalle 300 antenne di telefonia cellulare in città.
Esistono numerosi altri studi che evidenziano non soltanto il collegamento tra uso dei dispositivi cellulari e aumento di incidenza dei tumori, ma anche un abbassamento delle prestazioni cognitive e la morte cellulare.

Certo, il cancro non si forma improvvisamente durante la notte: in quasi tutti i casi, infatti, impiega molti anni per entrare in metastasi.


L’esposizione al tipo di radiazioni emesse dai telefoni cellulari è potenzialmente legata anche a molte altre malattie, tra cui, ad esempio:
danni allo sperma e infertilità maschile
aborti spontanei
perdite vaginali
malattia del sistema vascolare
problemi di sonno
depressione
irritabilità
perdita di memoria
difficoltà a concentrarsi
mal di testa
vertigini e stanchezza
aritmia
livelli di calcio alterati nelle cellule
riduzione notturna della melatonina
soppressione del sistema immunitario
artrite
reumatismi
sintomi cutanei
malattie linfatiche
problemi di udito
Nel 2011, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ammesso che le radiazioni del telefono cellulare sono “potenzialmente cancerogene”.

Eppure esistono delle precauzioni che possono aiutarci a ridurre l’esposizione alle radiazioni. Eccole:

indossare cuffie o auricolari per mantenere il dispositivo il più lontano possibile dalla testa;
spegnere il dispositivo quando non è in uso.
Inoltre, è possibile utilizzare una di queste sostanze per mitigare gli effetti delle radiazioni:

Propoli – Un composto trovato all’interno della propoli delle api, proteggerebbe gli organi interni. Inoltre, avrebbe proprietà radioprotettive.
Come la propoli, la melatonina ha dimostrato di avere potenti proprietà radioprotettive contro radiazioni gamma.
EGCG (polifenolo presente nel tè verde) ha dimostrato di proteggere il fegato contro i danni indotti dalle radiazione della telefonia mobile.
Ginkgo Biloba. Sembra che questa pianta sia in grado di fornire una vasta gamma di benefici per la salute del cervello, in particolare protegge dallo stress ossidativo indotto.




.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



domenica 29 aprile 2018

Vicenda di Alfie Evans: Cronistoria


Tutte le tappe 

Una battaglia legale, e di opinione pubblica, durata quasi sei mesi
Tutte le tappe della vicenda di Alfie Evans
MAGGIO 2016

Alfie nasce all'ospedale di Liverpool
da Thomas Evans, elettricista 20enne, e Kate James, estetista 19enne.


DICEMBRE 2016

A 7 mesi Alfie Evans viene ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool: è affetto da una patologia neurologica degenerativa non ancora conosciuta.


DICEMBRE 2017

L'equipe medica stabilisce che la ventilazione artificiale che tiene in vita Alfie Evans deve essere sospesa perché il bambino non ha alcuna possibilità di guarire. L'ospedale Alder Hey inoltre dichiara di aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie e si oppone al desiderio dei genitori di trasferire il piccolo all'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per tentare nuove cure sperimentali.



FEBBRAIO 2018

Kate e Tom Evans non si arrendono alla possibilità che venga staccata la spina dei macchinari e si oppongono (siamo tra la fine del 2017 e gli inizi del 2018) da subito alla richiesta: non essendoci accordo tra medici e famiglia, le legge inglese prevede che intervenga un giudice. Il caso, quindi approda all’Alta Corte inglese e il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici dell’Alder Hey, valutando che la sospensione della ventilazione sia nel migliore interesse del piccolo. E seguirà una battaglia a colpi di ricorsi da parte della famiglia Evans.


15 APRILE 2018

Papa Francesco lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, e pochi giorni dopo riceve in Vaticano il padre di Alfie, Tom Evans. L'ospedale Bambino Gesù di Roma ribadisce la propria disponibilità ad accogliere e assistere il piccolo.

20 APRILE 2018

La Corte suprema britannica, a cui spetta l'ultima parola, rifiuta di riaprire il caso dopo che l’Alta Corte di giustizia, la Corte d’appello e la Corte suprema si erano già pronunciate a favore della scelta dell’ospedale di staccare i supporti vitali al piccolo Alfie.


23 APRILE 2018

I genitori di Alfie Evans ricorrono alla Corte europea dei diritti umani, mentre il governo italiano concede la cittadinanza al bimbo inglese, sperando in un suo trasferimento in Italia.

24 APRILE 2018

Intorno alle 22.30 (ora locale) vengono staccate le macchine per la respirazione. Dopo il distacco del ventilatore, i medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool, visto che il piccolo continuava a vivere, sono stati costretti dopo alcune ore a idratarlo nuovamente. Lo stesso giorno la Corte europea dei diritti umani rifiuta il ricorso dei genitori.

25 APRILE 2018

La Corte d’appello di Londra rigetta la richiesta dei genitori di trasportare il bambino in Italia.



26 APRILE 2018

Il padre di Alfie, Tom Evans incontra i medici con l'intento di chiedere di poter portare a casa il piccolo.



27 APRILE 2018

L'Italia prega per Alfie in piazza a Roma, Milano e Torino. Il portavoce della Commissione europea, Christian Wigand: non c'è nessuna legge dell’Ue che possa essere invocata per consentire il trasferimento di Alfie in Italia

28 APRILE 2018

Alle 2.30 la morte di Alfie Evans. "Abbiamo il cuore spezzato. Grazie a tutti per tutto il vostro sostegno”: con questo post su facebook, la madre di Alfie, Kate James ha annunciato la morte di suo figlio, il piccolo Alfie Evans. Non è arrivato a due anni: li avrebbe compiuti il 9 maggio.


Proprio non resistete a scrivere post su Alfie vero? Tutti a celebrare la Vita o a puntare il dito su chiunque purché le vostre credenze catto talebane siano soddisfatte. Catto talebane è una citazione di Alessandro Godi e tengo a precisarlo perché non è legale il plagio.

Lo affermo da madre e dopo profonde riflessioni: Sono contraria all’accanimento terapeutico. Sono favorevole all’eutanasia anche quella pediatrica. Il teatrino messo in scena dal governo italiano in combutta con il Vaticano Spa è stato immondo. Vergognoso.
Rivoltante in tutta la sua magnificente ipocrisia.

La vita non appartiene a dio.
La Vita appartiene in primis al malato.
La vicenda di Alfie non è poi così diversa da quella di Eluana Englaro.
Anche in quella circostanza l’Italia ha vomitato tutto l’odio e l’intolleranza possibile.

In Italia non avevamo la cura così come in Inghilterra.
Pertanto la pagliacciata della cittadinanza per Alfie serviva solo per spostare la spina.

Ergo in Italia 🇮🇹 siamo rimasti fermi al basso Medio Evo e la Chiesa esplica tuttora il suo potere temporale, ingerendo in questioni politiche, con la complicità del finto Stato Laico.

In Inghilterra 🇬🇧 no perché i due poteri sono separati.
Pensate una Monarchia Costituzionale che ci dimostra ancora una volta la civiltà.
I giudici e i medici hanno posto fine alle atroci
sofferenze dovute alle cure palliative e paradossalmente,
a mio personalissimo avviso, hanno ridonato la dignità della Vita ad Alfie.


.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



martedì 24 aprile 2018

La Moda del Sushi




Il sushi è sano? Tutto quello che c’è da sapere

Il sushi può essere una scelta salutare. Specialmente quando contiene verdure, frutti di mare e pesce ricchi di omega-3 e piccole quantità di avocado, salutare per il cuore perché fonte di grassi buoni .

Dopotutto, il sushi arriva dal Giappone ed è stato dimostrato scientificamente come la dieta di questo Paese, similmente a quella mediterranea, sia positiva per la salute. Secondo una ricerca del National Centre for Global Health and Medicine di Tokyo, pubblicata sul B. M. Journal, le linee guida alimentari giapponesi, che prevedono un consumo equilibrato di cereali, ortaggi, frutta, pesce e poca carne (quindi, non solo il sushi!), portano a un minore rischio di morte prematura per tutte le cause, incluse le malattie cardiovascolari.

Questo ovviamente non significa che il sushi che troviamo nelle città italiane sia una certezza e faccia indistintamente bene. Anzi, andando oltre la ricetta di base,
i piatti proposti nei ristoranti giapponesi possono essere ricchi di calorie e sale.




Rotolini con riso, pesce e alghe

Il sushi è entrato nell'immaginario collettivo come un piatto “light”, in grado di soddisfare il palato senza incidere più di tanto sulla linea. Se prendiamo in considerazione la ricetta base, cioè quella che include solo riso, pesce e alghe, possiamo dire che il sushi ha effettivamente un numero ridotto di calorie: consumando i classici 6 pezzi arriviamo a 200/300 kcal.








Rotolini con tempura e salse

La questione cambia se scegliamo piatti con maionese, uova, frittura e salse particolari: in questi casi le calorie salgono sensibilmente. Una porzione di tempura può superare le 500 kcal e più di 20 grammi di grassi, vale a dire il doppio delle calorie
e il triplo dei grassi di un rotolo che non contiene frittura.





Fettine di pesce crudo

Il sashimi è un piatto tipico della cucina giapponese, che consiste nel solo pesce crudo. Il pesce è ricco di omega-3, proteine, vitamine, fosforo e iodio e mangiandolo crudo abbiamo la certezza che i principi nutritivi non si disperdano in cottura (ecco perché fa bene mangiare il pesce). Il salmone è leggermente più grasso rispetto gli altri pesci: se ne mangiamo 100 grammi, siamo intorno alle 180 kcal. Per quanto riguarda il tonno, invece, raggiungiamo le 150 kcal e per il gambero siamo sulle 70 kcal, sempre per 100 grammi.

Rischio tossinfezioni

Gran parte del pesce servito nei ristoranti giapponesi è crudo. Bisogna prestare quindi massima attenzione per non rischiare delle tossinfezioni. Se non vengono rispettate le norme igieniche, che prevedono un corretto abbattimento del pesce crudo, è possibile entrare in contatto con l'Anisakis, una parassitosi che può infestare il pesce e causare disturbi anche gravi nell'uomo. Il consiglio è quello di diffidare dei ristoranti con formula all-you-can-eat con prezzi particolarmente stracciati: se con 10 euro si può mangiare tutto ciò che si vuole e al mercato il pesce costa 30 euro al kg, la qualità del pesce non deve essere ottima.




Il riso

Un altro consiglio da tenere a mente: il riso bianco del sushi è tipicamente preparato con zucchero e sale insieme all'aceto di riso ed è quindi ricco di carboidrati raffinati. Se mangi spesso sushi, prova a chiedere la versione integrale. Anche se avrà comunque degli zuccheri aggiunti,
sarà più ricco in fibre.




Le alghe

Le alghe sono ricche di acqua, iodio, vitamine, alcuni minerali e clorofilla, che è un ottimo antiossidante e fonte di magnesio. Attenzione, però: chi ha problemi di tiroide dovrebbe andarci particolarmente cauto a causa dell'alto quantitativo di iodio.





La salsa di soia

La salsa di soia è fatta con fagioli di soia fermentati e farina. Un cucchiaio ha 8 calorie, 1 grammo di carboidrati, 1 grammo di proteine e 902 milligrammi di sodio, che corrisponde più o meno al 40% della quantità di sale che dovremmo assumere in un giorno. Il problema della salsa di soia, quindi, non sono le calorie, ma la quantità di sodio . Dal momento che sta spopolando come condimento saporito e alternativo (non solo quando si mangia sushi), non bisogna esagerare: alla lunga un apporto di sale eccessivo può favorire disturbi come la ritenzione idrica e contribuire all'insorgenza di problemi più seri, come l'ipertensione.



.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



domenica 15 aprile 2018

Liposuzione: Regole per non Rischiare



Morire dopo un'agonia di nove mesi, in seguito a un intervento di liposuzione a fianchi, addome e gambe. La vicenda di cronaca può allarmare persone che stanno pensando di ricorrere a questo intervento, ma adottando le dovute precauzioni si possono scongiurare i rischi. A dettare dieci regole di sicurezza in chirurgia estetica è Giulio B., specialista in Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva dell'Ini, Istituto Neurotraumatologico Italiano.




1) Accertarsi che il chirurgo sia uno specialista in Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva e sia iscritto alla Società italiana di chirurgia plastica estetica e ricostruttiva.

2) Accertarsi che abbia esperienza. "Cercate di capire il numero di interventi di liposuzione, per esempio, che ha eseguito, se avete scelto questo intervento. Se è un medico chirurgo generico, cambiate strada".

3) Non abbiate timore di chiedere, l'informazione completa è un diritto del paziente. "Fatevi spiegare tutti i rischi dell'intervento e anche l’inconveniente più remoto, facendovi anche mostrare delle fotografie di un intervento non particolarmente riuscito".

4) Cercate di raccogliere informazioni sul chirurgo scelto. Meglio da chi ha avuto esperienza diretta.

5) Ricordare che prima dell’intervento ci si deve sottoporre ad esami del sangue e all’elettrocardiogramma (Non dimenticare la frase: 'Allora dottore le analisi tutto a posto? Non sono un soggetto a rischio per questo tipo di intervento vero?').

6) Accertarsi che l’intervento sia eseguito in una clinica o ospedale, strutture attrezzate per le emergenze (ogni intervento chirurgico anche estetico ha un margine di rischio). Non accettate di essere operati in centri estetici dove spesso vengono ricavate piccole sale operatorie.

7) Accertarsi che l’intervento sia eseguito in una sala operatoria (per un intervento sono necessari ambienti che garantiscano il massimo della sterilità, questo discorso vale anche per la liposuzione).

8) Farsi garantire che l’anestesista sia presente in sala operatoria per tutta la durata dell’intervento.

9) Scegliere di rimanere in clinica una notte dopo l’intervento anche per operazioni che potrebbero non prevederlo.

10) Non farsi ingannare dalle proposte di interventi a prezzi particolarmente economici: "Di solito si risparmia sull’anestesia, sulla struttura e sui materiali, se un ingrandimento del seno costa poco è perché le protesi sono di scarsa qualità. Attenzione le protesi vanno portate tutta la vita".




.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



giovedì 12 aprile 2018

Asma e Allergie: più precauzione in Primavera


Se soffriamo di allergie come quelle ai fiori e al polline, non avremmo accolto a braccia aperte l’arrivo della primavera. Il pericolo, oltre ai fastidiosi starnuti, i pruriti, gli occhi lacrimanti, ecc., riguarda anche problemi più gravi, che causano difficoltà respiratorie e attacchi d’asma.

Secondo i ricercatori dell’associazione britannica Asthma UK, dobbiamo innanzitutto evitare alcune attività pericolose per la nostra salute, in particolare quelle che si svolgono all’aria aperta. Non solo l’attività motoria, ma anche i picnic e le scampagnate in famiglia o tra amici, possono compromettere le nostre capacità respiratorie e/o peggiorare una condizione allergica.

Come riportato dal team, si aggirano sui 700 gli individui ricoverati a causa di allergie e attacchi d’asma durante il fine settimana, quando è più probabile organizzare questi eventi sociali.  Chi di noi soffre della cosiddetta febbre da fieno, deve tenere coperti naso, occhi e gola il più possibile, per evitare i sintomi dell’allergia, che a loro volta possono causare un attacco d’asma.

«Se la gente prende le dovute precauzioni e si assicura di portare con sé gli inalatori di cui ha bisogno, può comunque godersi le giornate di festa», ha spiegato Andy Whittamore, della Asthma UK. Il rischio aumenta nel caso di allergie ad alcuni alimenti,
soprattutto quelli tipici del periodo di Pasqua.

«Noi consigliamo a tutte le persone allergiche agli ingredienti di dolci come le uova di cioccolato, di evitare completamente i cibi in questione, riconoscere i sintomi di una reazione allergica e sapere cosa fare nel caso in cui si presenti», ha aggiunto l’esperto.  «Esistono anche alternative, prive di quegli ingredienti. In ogni caso ricordiamoci sempre di leggere bene le etichette nelle confezioni».

Nel Regno Unito, l’80% delle persone che soffrono d’asma sono allergiche al polline. In Italia, circa 18 milioni di individui manifestano questa allergia
che compromette le funzioni dell'apparato respiratorio.


LEGGI ANCHE 
CAUSE DELL'ASMA
http://cipiri3.blogspot.it/2018/04/allergie-come-cause-dellasma.html


.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



Allergie come cause dell'Asma


Gran parte dei casi di asma è causata dalla presenza di un'allergia. L'allergia è generalmente definita come una risposta del sistema immunitario a sostanze altrimenti innocue, che possono essere introdotte nell’organismo con la respirazione o con l’ingestione, le quali innescano un processo biologico responsabile della comparsa dei sintomi respiratori tipici dell’asma, come il respiro sibilante, il senso di costrizione toracica e la difficoltà respiratoria. L’asma allergica d deve essere quindi trattata in primo luogo come qualsiasi altra forma di allergia, ossia cercando di evitare il contatto diretto con l'allergene al quale si è sensibilizzati.

L'asma allergica è soprattutto dovuta ad allergeni inalanti.

Allergeni stagionali:                                                
Graminacee                                                
Urticacee (parietaria)                                
Composite (artemisia, iva, solidago)               
Cupressacee (cipresso)                                
Altre piante ad alto fusto (betulla, nocciolo)           
Graminacee  
Ambrosia

Allergeni perenni:
Dermatophagoides pteronyssinus e farinae
Alternaria tenuis
Derivati epidermici di animali domestici
 Micofiti
Cladosporium

URTICACEAE
Le Urticaceae sono una famiglia di piante che conta circa 50 generi
e 1300 specie e sono diffuse in tutto il mondo.
La famiglia prende nome dall'ortica (genere Urtica).


MICOFITI - MUFFE
I micofiti o muffe sono ubiquitari in natura e crescono in condizioni caratterizzate da una temperatura compresa tra 18 e 32-40 °C e da un’umidità relativa superiore al 65%. I micofiti si distinguono in:
- atmosferici, presenti sul terreno, in particolare in zone agricole, tra questi quelli che hanno maggiore rilevanza allergologica sono l’Alternaria ed il Cladosporium.
- domestici, sono presenti tutto l'anno e soprattutto in ambienti poco ventilati. Bisogna tener presente che tra le fonti di attecchimento e di proliferazione fungina possono anche esserci gli alimenti mal conservati, le carte umide e da parati.
In generale i micofiti si possono trovare negli angoli umidi della casa, sulla carta da parati, in ambienti con scarso grado di igiene come i frigoriferi e i bagni poco puliti.
Tra i micofiti, quello che riveste maggiore rilevanza dal punto
di vista clinico è rappresentato dall’Aspergillus.

GRAMINACEE
Le graminacee sono una famiglia di piante che comprende al suo interno diverse specie tra cui le principali sono: l’erba canina o gramigna, l’erba codolina e l’erba fienarola. Sono piante infestanti, molto diffuse e alcune di esse sono perenni. Si trovano comunemente nei prati su tutto il territorio italiano e il loro periodo di fioritura varia tra giugno e settembre.


DERMATOPHAGOIDES
Si tratta di animali di piccole dimensioni, comunemente noti con il nome di acari, che rappresentano una sottoclasse di aracnidi (ragni).
Gli Acari presentano una notevole varietà morfologica, hanno una sopravvivenza di circa 3 mesi e, se in condizioni favorevoli, si riproducono molto facilmente. Il loro nutrimento deriva dalle desquamazioni umane e animali, in particolare dalla forfora,
dai resti di cute, dai capelli e dalle unghie.
Gli acari proliferano preferibilmente negli ambienti interni e bisogna considerare che sono presenti in ogni abitazione, anche in quella più pulita; infatti la presenza umana e/o animale favorisce il loro sviluppo. Gli ambienti domestici nei quali è più frequente un’alta concentrazione di acari sono: le camere da letto - soprattutto nei materassi, nei cuscini, nelle coperte, nelle lenzuola, sulle tende, sui tappeti, nei divani e nelle poltrone- le stanze provviste di moquette e gli ambienti iperiscaldati.


DERIVATI EPIDERMICI DI ANIMALI DOMESTICI
I derivati epidermici di animali domestici che originano prevalentemente dalla saliva, dalla forfora e dall’urina di cani e gatti sono considerati allergeni. Dopo essersi essiccati e frammentati, rimangono sospesi in aria nella polvere. Una delle principali fonti di tali allergeni è rappresentata dal gatto.  A differenza di quanto accade per gli acari, gli allergeni derivanti dal gatto sono associati a particelle molto piccole e questo rende ragione della loro leggerezza che ne favorisce la permanenza nell'aria in quantità molto elevata e per lungo tempo. Quando poi, questi allergeni precipitano, si accumulano negli imbottiti, nei tendoni e nei tappeti e sulle tappezzerie, ove permangono a lungo anche dopo l’allontanamento dell’animale. Negli ambienti in cui sono vissuti gli animali, occorrono almeno sei mesi dal loro allontanamento per riportare la concentrazione degli allergeni ai livelli ambientali in cui tali animali non erano presenti. Gli allergeni possono essere trasportati attraverso i vestiti e possono ritrovarsi anche in ambienti dove gli animali non sono mai stati presenti.

CUPRESSACEAE - CIPRESSO
La famiglia delle Cupressaceae, il cui genere più rappresentativo è il cipresso, comprende piante con chioma molto ramificata, le cui foglie sono persistenti, molto addensate e possono essere squamiformi o aghiformi. Queste piante sono molto diffuse e spesso coltivate anche per scopi ornamentali. Il polline delle Cupressaceae è generalmente presente da gennaio a maggio e le allergie in particolare al cipresso, sono ritenute una manifestazione allergica (pollinosi) emergente. Nonostante il cipresso sia sempre stato molto diffuso nel bacino mediterraneo, l’allergia a questa pianta è andata progressivamente aumentando solo negli ultimi 15-20 anni.


ARTEMISIA
E’ una pianta che si trova principalmente nei terreni incolti e lungo i bordi delle strade; può raggiungere un’altezza anche di oltre il metro. L’artemisia è riconoscibile per le tipiche foglie verdi con una infiorescenza a forma di spiga, che assume una colorazione rossiccia quando giunge a maturità. Può essere confusa con l’ambrosia, che invece ha un’infiorescenza di colore giallo/verde. La fioritura dell’Artemisia si verifica verso la fine dell’estate e non in primavera, raggiungendo la sua massima concentrazione pollinica tra agosto e settembre.


AMBROSIA
L’ambrosia è simile all’artemisia, con la quale facilmente viene confusa e si presenta come una pianta di altezza variabile da 1 a 2 metri con foglie verdi a forma di piuma o palmate. L’ambrosia costituisce una delle  piante maggiormente allergizzanti presenti sul suolo italiano. La storia di questa pianta è particolare e va ricordato che non esisteva in Italia prima della seconda guerra mondiale; è stata infatti importata involontariamente dai soldati americani e dai reattori degli aerei che provenivano da quelle zone. L’ambrosia è particolarmente presente nel nord Italia, lungo le strade e sulle terre incolte. Impollina soprattutto dalla fine di agosto fino anche alla prima metà di ottobre. Il periodo in cui può dare maggiori sintomi di solito corrisponde alla prima metà di Settembre.

BETULLA
La betulla è una pianta che può raggiungere fino a 30 metri di altezza, presenta un tronco molto ramificato alla base caratterizzato dalla corteccia di colore bianco. e le foglie sono caduche e di forma triangolare. La betulla è una pianta molto diffusa che cresce tra i 400 e i 2000 metri dall’Italia settentrionale fino alla dorsale appenninica ed è spesso presente, oltre che come pianta ornamentale, anche come pianta spontanea.
Va segnalato che la fioritura di questa pianta avviene prima della fogliazione.
Il polline è normalmente presente nel periodo primaverile ed esattamente da marzo a maggio.

Tuttavia la natura perenne e ubiquitaria di alcuni allergeni rende quasi impossibile evitare il contatto con tali sostanze, e ciò richiede il trattamento sintomatico con l'uso di farmaci specificamente rivolti al controllo del broncospasmo e dell'iperreattività delle vie respiratorie, e alla riduzione dell'infiammazione bronchiale.
È stata anche avanzata l'ipotesi che allergeni alimentari, introdotti con l'alimentazione, possano essere responsabili dell'insorgere delle crisi asmatiche, anche se per far ciò sembra necessaria una preesistente condizione patologica, ossia una predisposizione di base, che è quasi sempre un'infiammazione cronica delle vie respiratorie.
La presenza di rinite allergica è considerata un importante fattore di rischio dell'asma. Infatti, molti asmatici soffrono anche di rinite allergica. È  quindi importante valutare l’eventuale presenza di asma in tutti i soggetti che soffrono di rinite allergica e, d'altro canto, trattare efficacemente la rinite nei soggetti asmatici, poich&ecute; è stato osservato che il trattamento efficace della rinite allergica in un soggetto asmatico migliora anche i sintomi dell'asma bronchiale.

LEGGI ANCHE 
ASMA E ALLERGIE
http://cipiri3.blogspot.it/2018/04/asma-e-allergie-piu-precauzione-in.html



.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



loading...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Elenco Blog Amici

Scegli una carta delle IMAGO


CLICCA QUI SOTTO
.