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giovedì 30 aprile 2015

BLOG DI CIPIRI: EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il...

Il Primo Maggio
Expo, assieme a “grandi eventi” (Mondiali di calcio ed Olimpiadi), Grandi Opere e gestione
dei grandi disastri ambientali ha, quindi, un ruolo centrale in questa fase del capitalismo. 

 Partendo dalla speculazione sui terreni agricoli, il “governo Expo” accelera i processi di svendita del patrimonio pubblico e di “privatizzazione all’italiana”: si fondano aziende di diritto privato che in realtà sono costituite da enti pubblici (vedi Expo spa); vengono drenate risorse a settori di supporto sociale, come l’abitare, la mobilità accessibile, la cultura...
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BLOG DI CIPIRI: EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il...: Il Primo Maggio  non sarà  la giornata di inaugurazione di un Grande Evento. Il Primo Maggio va in scena il teatrino che prese...



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FAI VOLARE LA FANTASIA
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO
IL TUO FUTURO E' ADESSO . 

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giovedì 3 ottobre 2013

Effetti genetici del cibo


Una serie crescente di studi sta aprendo un campo di ricerca che, fino a qualche tempo fa, poteva apparire come una bestemmia scientifica: il rapporto tra cibo e genetica. Due entità immaginate come non commensurabili.

Nell’immaginario comune, infatti, il cibo è un contenitore di energia, che si consuma rapidamente e può essere variato. La genetica, invece, è qualcosa di fisso, immutabile, indipendente da noi. Non a caso si parla di patrimonio genetico che, al pari di un bene materiale, viene ricevuto in eredità e come tale conservato per tutta la vita.

Ma più si approfondisce lo studio della genetica umana e più risultano evidenti l’enorme, ancora in larga parte misteriosa e bizzarra, complessità dell’organizzazione dei geni [genoma] e la sua forte dipendenza dagli stimoli. L’informazione contenuta nei geni, infatti, può essere sollecitata a esprimersi o, al contrario, a reprimersi dai diversi segnali che giungono al nucleo della cellula: segnali che provengono dall’interno, ma anche dall’ambiente esterno.

Il cibo è uno dei più importanti, quotidiani e intimi, contatti tra il nostro DNA e l’ambiente esterno. Molto studiato è il rapporto tra il contenuto di acido folico e di folati nella dieta, caratteristiche genetiche e rischio di cancro, aterosclerosi, depressione e altre malattie.

Sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti [Proceedings of National Academy of Sciences], un gruppo di ricerca italo-americano, guidato da Simonetta Friso, dell’Università di Verona, ha condotto uno studio su quasi 300 persone del Nord Italia.

Prelievi sanguigni hanno consentito di studiare sia i livelli di folati, vitamina B12, Vitamina B6, omocisteina, sia di ricercare una particolare mutazione a carico di un gene che dà istruzioni per la sintesi di un enzima dal nome terribile: MTHFR [metilene-tetra-idro-folato-reduttasi].

La mutazione, stando sia ai dati di questo studio sia a quelli di altri, sembrerebbe molto diffusa nella popolazione. I possessori di questo gene, lievemente differente dall’originario, producono una versione meno efficiente dell’enzima MTHFR. A che cosa serve l’enzima? Entra in una catena di eventi biochimici che porta, tra l’altro, alla sintesi dei costituenti di base del DNA [purine].

E’ ormai chiaro che, come si dice, la metilazione del DNA o, meglio, di alcune sue regioni, gioca un ruolo, forse cruciale, nella genesi del cancro. Tornando allo studio veronese, i ricercatori hanno potuto dimostrare che le persone con gene mutato, ma con alti livelli di folati nel sangue [e che quindi seguono una dieta ricca di verdura], hanno le stesse capacità di metilazione di quelle con il gene “giusto”.

Se, invece, il livello di folati è più basso, i possessori del gene mutato hanno una capacità di metilazione ridotta del 50%, pur avendo uguali [medio-bassi] livelli di folato nel sangue rispetto agli altri.

Anche per prevenire l’Autismo è diventato improvvisamente di moda l’acido folico in gravidanza, se non fosse che l’acido folico è già consigliato di default per prevenire la spina bifida. Pertanto, per quanto riguarda l’Autismo, siamo di fronte alla solita eccezione che sconfessa la regola.

Questo significa che le caratteristiche della dieta, inclusa la dieta senza glutine e senza caseina, possono correggere, entro limiti da scoprire, gli effetti delle caratteristiche genetiche.

Queste scoperte aprono la strada agli studi su possibili interventi nutrizionali in numerose patologie, tra le quali l’Autismo, per cui è dimostrato o ipotizzabile un deficit di metilazione.

Vorremmo fare nostre le parole di Jack LaLanne, deceduto nel 2011 alla veneranda età di 96 anni, primo bodybuilder che insegnò all’America fitness e dieta sana a base di pesce e verdura. Jack non si ammalava mai, ebbe una salute di ferro anche in tarda età, a conferma di quanto sia importante tenersi in forma e attenersi a una dieta equilibrata. Del cibo diceva: “Se l’ha fatto l’uomo, non mangiatelo“. Questo è il punto fondamentale. Quello che si mette in bocca dovrebbe essere quanto più possibile un prodotto spontaneo della natura. Se è un prodotto dell’uomo, meglio non mangiarlo. A questo punto, se aveste in mano una mela, pensereste: “Questa è una mela, non l’ha fatta l’uomo, quindi posso mangiarla“. Purtroppo non è così. Oggi è praticamente tutta la frutta e gli ortaggi sono manipolati dall’uomo.

La frutta e la verdura sono quasi sempre geneticamente modificate perché possano resistere più a lungo. L’industria alimentare funziona come l’industria farmaceutica: ciò che conta sono i soldi.

Condizioni simili si ritrovano anche nell’industria della carne, dove si ricorre agli ormoni per accelerare la crescita degli animali [contribuendo all'obesità e alla precoce pubertà dei nostri bambini]; agli antibiotici per mantenere sani animali allevati in condizioni insalubri, per quanto economicamente vantaggiose [ciò spiega il fallimento degli antibiotici - i miracolosi farmaci del XX secolo - sugli esseri umani]; a mangimi di produzione industriale, che non solo gonfiano gli animali di sostanze chimiche, ma ne scompensano gli equilibri al punto da farli ammalare e trasformarli in veicoli di malattia per chi ne mangia le carni. Molte carni inoltre vengono frollate. Ciò significa farle imputridire, permettendo che in esse si sviluppino batteri mortali. Ricordate, se non sono prodotti biologici, se li ha prodotti l’uomo, non mangiateli.

Lo stesso vale per i latticini. Grazie all’uso di farmaci, ormoni e tecniche di pastorizzazione e omogeneizzazione, i latticini oggi sono un grande rischio per la salute, a meno che non siano di produzione biologica, non pastorizzati né omogeneizzati. Con la pastorizzazione il latte viene portato ad alta temperatura allo scopo di uccidere i batteri, ma così facendo si distruggono anche gli enzimi e il latte diventa più difficile da digerire e perde completamente le proprie caratteristiche naturali. Ma ancor più importante e più nociva è l’omogeneizzazione.

Perché esisteva la figura del lattaio? L’uomo che passava di casa in casa a consegnare il latte? Il motivo è che il latte si deteriora molto facilmente. Così l’industria alimentare ha ideato una soluzione incredibile, chiamata omogeneizzazione. Forse ricorderete che nelle bottiglie del lattaio si vedeva il latte separarsi dalla panna. Prima di bere, bisognava ricostituire il contenuto agitando la bottiglia. L’omogeneizzazione centrifuga il latte e rompe gli aggregati molecolari, frantumando i globuli di grasso per evitarne l’affioramento spontaneo. Per questo il latte dura più a lungo.

Adesso che l’industria alimentare può distribuirlo nei negozi e nei supermercati e lasciarlo sugli scaffali in attesa del compratore, non c’è più bisogno del lattaio. Il problema è che entrambi i processi, la pastorizzazione e l’omogeneizzazione, non sono naturali. Gli aggregati molecolari diventano così minuti che, ingeriti, producono microlesioni alle pareti arteriose. Si ammassano nell’apparato digerente, ostacolando la digestione, e sono causa di reflusso, obesità, allergie e stipsi. La cicatrizzazione delle arterie permette al colesterolo LDL di fissarsi sulle pareti, e questa è una delle maggiori cause di arteriosclerosi e cardiopatie. Il punto fondamentale è che i latticini pastorizzati e omogeneizzati sono alimenti alterati; i latticini sono naturali solo se non vengono raffinati o lavorati dall’uomo.

Nemmeno con il pesce c’è da stare allegri al giorno d’oggi. Molto pesce è d’allevamento e pertanto viene alimentato con mangimi contenenti sostanze chimiche altamente tossiche, perché cresca nel minor tempo possibile. Prima di finire sui banchi di vendita viene sottoposto ad alcuni trattamenti chimici intossicanti. Quando lo mangiamo, assorbiamo anche le tossine e i veleni utilizzati per crescerlo e commercializzarlo con profitto. Il pesce pescato in acque aperte è di gran lunga il migliore anche se, a causa del massiccio inquinamento ambientale, spesso rivela un tasso abnorme di sostanze tossiche. In ogni caso, quando si consumano cibi prodotti e commercializzati da grandi aziende di distribuzione, si è sempre certi di ingerire anche sostanze chimiche di lavorazione altamente tossiche e veleni di produzione umana.

Siamo consapevoli del fatto che tutto ciò suona terribile. Immaginiamo vi starete chiedendo “cosa dare da mangiare ai nostri bambini autistici?“. La buona notizia è che esistono soluzioni semplici e pratiche, tra le quali eliminare accumuli di tossine e soprattutto smettere di introdurre tossine.

Ciò che però ci interessava sottolineare è che i bambini autistici sono totalmente avvelenati, e il rischio di fare costantemente il pieno di tossine [vaccini inclusi] li pone in una situazione di debolezza in cui il loro corpo si arrende a virus e batteri e soccombe cronicamente alla malattia.
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leggi anche 


NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

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giovedì 3 maggio 2012

Il 9% dei pesci ha plastica nello stomaco


Il 9% dei pesci 

ha plastica nello stomaco


Il genere umano ha prodotto così tanti rifiuti, ne ha dispersi così tanti nell’ambiente che ora sta mangiandoseli.
 Letteralmente quanto indirettamente.

Ogni anno circa 12.000-24.000 tonnellate (tonnellate!) di plastica entrano nella catena alimentare dal vortice dei rifiuti dell’Oceano Pacifico, il più conosciuto dei punti in cui la nostra immarcescibile immondizia si accumula in mare. I pesci la ingeriscono – ed insieme ad essa assorbono un carico di sostanze tossiche – e poi noi mangiamo i pesci. Finora se n’era occupato semmai qualche articolo di giornale.
 Ora il fatto ha piena e documentata evidenza scientifica attraverso un articolo pubblicato la scorsa settimana su Marine Ecology Progress Series.

 Si usa dire che i pesci pescati con plastica nello stomaco la ingeriscono durante i lunghi, spasmodici e disperati tentativi di liberarsi dalle reti in cui anch’essa rimane intrappolata. Per “depurare” i risultati da questa eventualità i ricercatori della spedizione Seaplex, effettuata nel 2009, hanno tirato su ad intervalli di pochi minuti le reti calate nella zona del vortice dei rifiuti.
 Il 9,2% dei 141 pesci (appartenenti a 27 specie diverse) catturati nell’arco di 20 giorni aveva plastica nello stomaco. Si trattava di pezzettini di grandezza inferiore a un’unghia: troppo piccoli per determinarne la natura. Del resto, nei vortici dei rifiuti si trova soprattutto plastica ridotta in frammenti minuti dall’azione delle onde e del sole. La più difficile da vedere, e probabilmente la più temibile. Ne consegue la stima che ogni anno, nel solo vortice dei rifiuti del Pacifico (non è affatto l’unico al mondo) i pesci ingeriscano 12.000-24.000 tonnellate di plastica. Una stima prudenziale: non tiene conto di quella rigurgitata o espulsa con le feci, nè dei pesci che muoiono per averla ingerita.

 Questa ricerca si è limitata all’aspetto, diciamo, quantitativo. Tuttavia la plastica rilascia sostanze tossiche e soprattutto si comporta come una spugna, assorbendo sostanze inquinanti disperse nell’ambiente, come i Pcb (policlorobifenili) e il Ddt. Sono sostanze bioaccumulabili: non si degradano e restano all’interno degli organismi viventi, accumulandosi al vertice della catena alimentare. Ma le conseguenze tossicologiche per la catena alimentare sono ancora da indagare. La maggioranza degli animali trovai con la plastica nello stomaco erano pesci lanterna, che vivono alle medie profondità. Sono molto piccoli e non arrivano direttamente sulle nostre tavole. Però è notorio che il pesce più piccolo (e l’annesso eventuale carico di schifezze) viene mangiato da quello più grande e così via: fino al sommo predatore, l’uomo.

 Su Marine Ecology Progress Series l’ingestione della plastica nel vortice dei rifiuti del Pacifico: il riassunto è di libero accesso ma all’articolo completo si accede a pagamento dall’indice della rivista

 Su Science Daily plastica nello stomaco del 9% dei pesci
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All’inizo sembrava solo uno spot. Ma ora l’hanno anche dimostrato i ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography : la plastica che si trova in piccolissimi frammenti a livello del cosiddetto ‘vortice dei rifiuti’ è entrata nella catena alimentare.
Comunemente quest’area dell’oceano è considerata un deserto biologico. Le specie sono poche e sono caratterizzate per lo più da piccole taglie. Ciononostante il 5-10% dei piccoli pesci pelagici (per lo più pesci lanterna), pescati e poi sezionati dai ricercatori ha tracce di plastica (i cosiddetti “confetti di plastica”) nello stomaco.

Il primo effetto di questa ingestione, similmente a quanto succede a uccelli marini e grandi cetacei, potrebbe essere quello di rendere fintamente ‘sazi’ gli animali, facendoli di fatto morire di stenti. Secondariamente li intossica, in quanto la plastica assorbe sostanze inquinanti disperse nell’ambiente, come i Pcb (policlorobifenili) e il Ddt.
Se pensiamo che sia un problema puramente ecologico però ci sbagliamo. Lo stesso team dello Scripps ha dimostrato la presenza sporadica di specie commerciali, come ad esempio gli stadi giovanili della ricciola del Pacifico, nell’area del vortice dei rifiuti. Si tratta di specie che normalmente vivono in regioni costiere (e non nell’oceano aperto) e che si trovano diffusamente…..nei sushi bar….
f7d0e620-14e5-11df-9aec-001cc4c03286_imageLa ricercatrice Rebecca Asch dello Scripps Institution of Oceanography disseziona i pesci e cerca tracce di plastica nel loro stomaco
Queste specie, nutrendosi dei piccoli pesci che trovano nell’area, accumulano all’interno del proprio organismo le sostanze inquinanti e le bio-accumulano (ovvero le sostanze non si degradano ma restano all’interno degli organismi viventi, accumulandosi al vertice della catena alimentare). Forse non c’è neppure bisogno di dire aggiungere chi è spesso il consumatore finale …


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lunedì 12 aprile 2010

DIPENDENZA DAL CIBO SPAZZATURA .........

Scoperta «dipendenza»
dal cibo-spazzatura
I ricercatori: «Si attivano gli stessi meccanismi che entrano in gioco per droga e alcol»

Il cibo-spazzatura ricco di calorie e zuccheri può creare dipendenza. Per i ricercatori che descrivono il fenomeno per la prima volta sulla rivista Nature Neuroscience è una forma di dipendenza del tutto confrontabile a quella da fumo e droga. I comportamenti e i meccanismi cerebrali che si attivano sono stati osservati nei ratti, ma sono un'ottima base per comprendere, nell'uomo, meccanismi legati all'obesità. La ricerca è americana e dimostra come il consumo eccessivo di cibi supercalorici può scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli attivati da altre forme di dipendenza.

LA RICERCA - Gli autori della ricerca, Paul Johnson e Paul Kenny, dell'Istituto Scripps a Jupiter (Florida), lo hanno dimostrato trasformando ratti di laboratorio in consumatori compulsivi di cibi-spazzatura. Hanno osservato così che, come nella dipendenza da fumo e droga, anche in quella dal cibo-spazzatura si indebolisce l'attivazione dei circuiti cerebrali della ricompensa, che in condizioni normali scattano immediatamente quando si vive un'esperienza piacevole. Oltre alla loro dieta usuale, a base di cibi leggeri e sani, ai ratti sono stati offerti stuzzichini appetitosi a base di bacon, salsicce, dolci e cioccolato. Gli animali hanno più che gradito l'integrazione, cominciando ad assumere molte calorie e a prendere peso. In poco tempo è precipitata la loro sensibilità alla ricompensa, proprio come avviene in chi è dipendente da droghe. E come in questi casi, il ritorno alla normalità non è stato semplice nè rapido: solo dopo due settimane dalla scomparsa degli stuzzichini dalla loro dieta nel cervello dei ratti si è ripristinato il meccanismo della ricompensa. I ricercatori hanno poi voluto capire che cosa accade quando, nei ratti come nell'uomo, la dipendenza impedisce di interrompere l'assunzione di una sostanza anche quando è chiaro che questa è pericolosa per la salute. Hanno così associato il consumo dei cibi ipercalorici alla comparsa di un segnale luminoso e a un dolore ad una zampa: non appena si accendeva la luce i ratti normali rinunciavano volentieri allo stuzzichino pur di non provare dolore, mentre i ratti obesi e dipendenti continuavano a mangiare.


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martedì 19 maggio 2009

Mangiare a ‘chilometri zero’

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«Mangiare a ‘chilometri zero’ significa anche risparmiare e combattere l’inflazione con cibi locali e di stagione che non subiscono troppe intermediazioni e non devono percorrere lunghe distanze prima di giungere sulle tavole». Lo afferma la Coldiretti commentando l’approvazione da parte del consiglio regionale del Veneto della «legge del chilometro zero», un disegno di legge presentato dalla Coldiretti regionale con il sostegno di venticinque mila firme di cittadini consumatori, che sancisce la preferenza ai prodotti locali in mense, ristoranti e grande distribuzione per combattere i rincari dovuti all’aumento del costo dei trasporti e l’impatto sul clima provocato all’inquinamento con l’emissione di gas serra dei mezzi di trasporto.

 L’iniziativa, secondo la Coldiretti, risponde al bisogno di un numero crescente di cittadini che vuole condurre uno stile di vita più attento all’ambiente e alla salvaguardia del clima anche a tavola ed è «un ottimo modo per combattere il caro prezzi in un paese come l’Italia dove – prosegue l’organizzazione degli agricoltori – l’86 per cento dei trasporti avviene ancora su gomma e dove i costi della logistica arrivano ad incidere per addirittura un terzo del prezzo di frutta e verdura».

 Insomma, dopo l’autorganizzazione di cittadini e produttori con i Gruppi di acquisto solidale e la scelta di alcuni ristoranti, anche le istituzioni di svegliano?

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