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martedì 11 marzo 2014

Medici Obiettori : Abortisce sola in bagno Ospedale


Il Tribunale solleva dubbi di costituzionalità sulla legge 40

Due anni fa, dopo che l’esame dei villi coriali aveva rilevato una grave malformazione del feto, al quinto mese, Valentina aveva chiesto un aborto terapeutico. Ma le era stata negata l’assistenza. Lasciata sola, ha partorito e perso il bambino nel bagno dell’ospedale Pertini. Eppure non ha voluto denunciare l’ospedale.

Omissione di soccorso

Valentina è portatrice di una grave anomalia genetica, ma alla coppia è stato in passato negato l’accesso alla fecondazione assistita e soprattutto alla diagnosi genetica preimpianto per impedire la trasmissione della patologia al nascituro. «Valentina ha abortito da sola nel bagno dell’ospedale Pertini di Roma - spiega Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Coscioni, nonché uno dei legali della coppia, che ha presentato lunedì il provvedimento del Tribunale -. Questa è omissione di soccorso, un reato penale, anche se la coppia ha deciso di non denunciare la struttura. È la dimostrazione di come la legge 194 in Italia non garantisca sempre la presenza di un medico non obiettore nel caso dell’interruzione volontaria della gravidanza».

Niente Ivg in 10 su 37 nosocomi

In moltissimi ospedali italiani l’applicazione della legge 194 non è garantita, perciò in quei nosocomi non si eseguono interruzioni volontarie di gravidanza, nonostante la legge non preveda la possibilità dell’«obiezione di struttura». Come recita l’articolo 9 della legge il servizio di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) deve essere garantito ed ogni struttura ospedaliera è obbligata a offrirlo. Eppure, secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978 (Laiga) il fenomeno dell’obiezione anti abortista è in espansione nei nosocomi: «Rispetto ai dati del ministero della salute, che segnalano 7 ginecologi su 10 come obiettori di coscienza, i dati sono ben più gravi e in molte strutture manca del tutto il reparto di Ivg». Un’indagine del giugno 2013 segnalava come nel Lazio, in 10 ospedali su 31 non esistesse possibilità di effettuare l’interruzione volontaria; mentre in Lombardia la stessa grave carenza si segnalava in 37 strutture su 64; oltre il 50 per cento.

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