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sabato 6 giugno 2009

Investi in salute, il guadagno è assicurato

Investi in salute, il guadagno è assicurato

di Eva Benelli

«Tra cinquant’anni il 2001 potrebbe essere ricordato per questi due avvenimenti: l’attacco dell’11 settembre e la pubblicazione del rapporto della Commissione su macroeconomia e salute dell’Organizzazione mondiale della sanità». Con queste parole, Richard Smith, direttore del prestigioso British Medical Journal , apre il suo ultimo editoriale, presentando un rapporto che in Italia, invece, è passato per lo più sotto silenzio. Lo scorso 20 dicembre, infatti, la Commissione sulla macroeconomia e la salute, incaricata direttamente da Gro Harlem Brundtland, direttore generale dell’Oms, a gennaio del 2000, ha concluso i suoi lavori e li ha resi pubblici con un ponderoso testo: «Macroeconomia e salute, investire in salute per lo sviluppo economico» (Oms, 200 pagine), disponibile anche on line. Ma che cosa contiene questo rapporto di così rivoluzionario da guadagnarsi una (probabile) citazione tra le pietre miliari del primo anno del nuovo millennio? La conclusione cui è giunta la Commissione, presieduta dall’economista Jeffrey Sachs, direttore del Centro internazionale per lo sviluppo dell’università di Harvard, in effetti capovolge l’approccio seguito finora dalle agenzie internazionali e dai singoli governi quando si tratta di aiuti allo sviluppo. «Migliorare la salute pubblica costituisce uno strumento fondamentale per la crescita economica» si legge nel rapporto. Ma non basta, gli esperti incaricati dalla Brundtland, diciotto personalità del mondo dell’economia, della salute pubblica e dei decisori politici, si spingono ben più in là, lanciano una sfida ai governi più ricchi del pianeta: investire come non si è mai fatto in salute. La proposta è dettagliata: con un investimento annuale di 66 miliardi di dollari (72 miliardi di euro), si potrebbero salvare 8 milioni di vite all’anno, ma nel giro di quindici anni si arriverebbe a un ritorno economico, ancora una volta annuale, di 360 miliardi di dollari (396 miliardi di euro). Come dire: migliorare la salute delle persone rende, forse più di quello che rende devastargliela. Fino ad oggi l’idea dominante di tutti gli interventi di aiuto ai paesi poveri è stata che le condizioni di salute delle persone migliorano automaticamente con lo sviluppo e la crescita economica. Ora, la conclusione della Commissione Oms è diametralmente opposta: il miglioramento della salute è una condizione indispensabile perché possa realizzarsi lo sviluppo. Jeffrey Sachs non è nuovo a queste rivoluzioni copernicane, meno di un anno fa, dalla tribuna della conferenza internazionale sui retrovirus ha accusato i paesi ricchi di non aver fatto quello che sapevano e potevano fare per arginare il dilagare dell’Aids (anche L’Unità ne ha parlato). Ora, l’intervento della Commissione da lui presieduta è più generale e sottolinea un altro aspetto fondamentale: investire in salute non è solo eticamente giusto, ma anche economicamente redditizio. La domanda, a questo punto, diventa: le grandi potenze hanno i soldi necessari per un investimento di questo tipo? Facciamo due conti e una premessa. La premessa: il rapporto suggerisce che l’investimento necessario venga diviso in due parti: metà a carico dell’aiuto internazionale allo sviluppo (e quindi ai governi dei paesi ricchi) mentre l’altra metà dovrebbe accollarsela gli stessi governi dei paesi poveri, che dovrebbero quindi rivedere le priorità assegnate ai propri budget. Per i paesi ricchi non si tratterebbe di uno sforzo insignificante: dovrebbero passare, infatti, dagli attuali 6 miliardi di dollari l’anno investiti collettivamente (e in misura diversa, è ovvio) a 27 miliardi di dollari (30 miliardi di euro) entro il 2007 e infine a 38 miliardi di dollari (42 miliardi di euro) entro il 2015. Insomma, si tratterebbe di tirare fuori una cifra superiore di oltre sei volte quella destinata oggi agli aiuti allo sviluppo. A ben vedere, tuttavia, anche uno sforzo tanto rilevante vorrebbe pur sempre dire impegnare non più dello 0,1% del prodotto interno lordo (Pil). Sempre infinitamente meno di quanto sarebbe richiesto ai paesi più poveri. Per loro, infatti, vorrebbe dire rivedere le proprie politiche di spesa fino a destinare l’1% del Pil entro il 2007 e poi addirittura il 2% entro il 2015 agli investimenti per la salute. Tutto sommato non sembrano cifre impossibili, soprattutto se sull’altro piatto della bilancia si mettono i guadagni ricavabili da questo investimento. Secondo Sachs e il suo gruppo, investendo 66 miliardi di dollari se ne possono ricavare almeno 6 volte tanti, oltre a salvare vite umane e guadagnare stabilità politica. Le gravi malattie come l’Aids, la malaria e la tubercolosi, infatti, possono arrivare a destabilizzare una intera economia e quindi un regime politico, sottolinea il Rapporto. Non per niente la Commissione consiglia tra le prime misure di accrescere i fondi destinati a combattere Aids, malaria e tubercolosi, portandoli a 8 miliardi di dollari l’anno entro il 2007. Ascolteranno gli esperti i diretti interessati? Gli stessi membri della Commissione sanno quanto sia difficile: «sappiamo bene che ci sono paesi donatori che, malgrado la loro enorme ricchezza, si sottraggono sistematicamente ai loro obblighi internazionali. E sappiamo che molti paesi destinatari dell’aiuto rinunciano al buon governo necessario a proteggere le proprie popolazioni», scrivono nel rapporto. Jeffrey Sachs si dice comunque, necessariamente, ottimista: «l’11 settembre ha dimostrato quello che il collasso sociale di una parte del mondo può significare per tutti gli altri».



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